Necroeconomy: The Endless River (2014) dei Pink Floyd

7 novembre 2014 § Lascia un commento

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OK, lo ammetto: quando ero alle scuole medie, anche io cascai nella trappola tesa dal marchio Pink Floyd, GUARDA CASO, nell’album The Dark Side Of The Moon, che ascoltai tante di quelle volte che a rimetterlo adesso nello stereo mi viene la nausea. Lo stesso dicasi per tutti gli altri album che mi procurai in seguito, bastava che fosse scritto “Pink Floyd” sulla copertina e doveva essere mio. Classica storia: si inizia con il prisma su sfondo nero, si continua con Wish You Were Here, perché i tuoi genitori hanno solo quei due album su vinile, sbuca fuori dagli archivi di casa A Momentary Lapse Of Reason copiato su musicassetta, si scopre che il tuo papà nel ’70 regalò alla tua mamma il vinile di Atom Heart Mother e chissà dov’è finito e nemmeno conosci la storia che conoscono tutti: prima Syd Barrett, poi la democrazia, poi la Waters-dittatura, poi la noia di respirare che culmina in quel The Division Bell che avrò ascoltato per intero due volte in tutta la vita. Manco a dirlo, la mia fase preferita andava da Atom Heart Mother (CD che nemmeno riascolto più, ma erano MATTISSIME RISATE quando lo ascoltavo) a The Wall, il culmine della Waters-dittatura prima che in The Final Cut si restasse tutti fermi a fissare le rovine. Il post-The Division Bell è fatto di revival, anniversari, rimasterizzazioni, ristampe, ririmasterizzazioni, riristampe, riririmasterizzazioni ché chissà che cazzo c’era che non andava nelle precedenti edizioni, elefantiasi testicolari, altri anniversari, album e tour da solista una volta ogni tanto, Wright che schiatta, altri revival, altri anniversari ancora, altre ristampe, una raccolta di successi su 2 CD intitolata Echoes che una ristampa del 2004 di The Final Cut ha reso completamente inutile. L’inutilità di questa raccolta è confermata da questo The Endless River, la cui pubblicazione viene strombazzata per ogni dove da mesi, assieme al fatto che più o meno è stata fatta la stessa cosa che fecero i Beatles con delle demo di John Lennon per i primi due volumi della loro Anthology: delle demo di Wright scartate durante la registrazione di The Division Bell vengono ripescate dagli archivi personali dei Pink Floyd e Gilmour, Mason (che ormai dai tempi di The Wall si limita a timbrare il cartellino) e tutti gli altri musicisti che reggono il catetere a Gilmour dai tempi di A Momentary Lapse Of Reason ci suonano sopra. Il risultato consta di diciotto pezzi: una sola traccia cantata da Gilmour e altre diciassette strumentali che non sono altro che interludi ambient di interludi di interludi di roba incompleta di demo mal assemblate di intermezzi di interludi ambient. Insomma, si preannuncia il peggio. E infatti…

Se la prossima volta quegli stronzi non mi danno un aereo, vi giuro su chi volete che io...

Se la prossima volta quegli stronzi non mi danno un aereo, vi giuro su chi volete che io…

Siccome da qualche tempo “Pink Floyd” è diventato misteriosamente sinonimo di “NASA”, sono i campioni siderali (memori di Astronomy Domine) di Things Left Unsaid a introdurci a It’s What We Do, che sarebbe Shine On You Crazy Diamond morta e trasfigurata; l’anonima Ebb And Flow ci porta invece a Sum, nella quale l’organo vorrebbe fare l’incipit di chitarra con eco di Run Like Hell, prima che un batterista rincoglionito entri convinto che si stia suonando Time e un sintetizzatore ancora più rincoglionito entri convinto che si stia suonando On The Run; è poi il turno di Skins, una pallida imitazione della parte centrale di A Saucerful Of Secrets; Unsung, un aborto di Welcome To The Machine, e Anisina, che scimmiotta Us And Them, chiudono la prima metà dell’album.
Tra le anonime The Lost Art of Conversation e Night Light si piazza On Noodle Street, nella quale Have A Cigar prova a mescolarsi con What Do You Want From Me, mentre tra le due parti di Allons-y, una Run Like Hell all’acqua di rose, si piazza l’organo da chiesa à la A Saucerful Of Secrets di Autumn ’68; dagli scarti di Keep Talking ecco venir fuori Talkin’ Hawkin’, che spiana la strada a Calling, una versione moscissima di Echoes, e Eyes To Pearls, un embrione di One Of These Days che interagisce con una Set The Controls For The Heart Of The Sun per adolescenti viziati; Surfacing consta di Dogs che sfocia e sfrocia in Wish You Were Here che, nell’unica traccia cantata intitolata Louder Than Words, cerca di mimetizzarsi tra le pieghe di Comfortably Numb preannunciata da Hey You a sua volta preannunciata dalle campane di High Hopes.

Ecco tutti i presupposti per cui The Endless River ambisce ad essere, seppure criptato, il greatest hits per eccellenza dei Pink Floyd. E i greatest hits, seppure con inediti, non sono mai serviti a un cazzo. E credo che la prece che dovevamo recitare già all’inizio degli anni ’80 sia stata composta in tempi non sospetti da Syd Barrett nel 1968, ed è proprio così che voglio ricordarli. Torno a guardarmi i film di Greenaway, va’. Sigla:

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