“LET’S GET READY TO RUNDLE!!!”: Some Heavy Ocean (2014) di Emma Ruth Rundle

13 luglio 2014 § Lascia un commento

Considerate questa recensione come parte di un altro esperimento che sto conducendo con ElFecondadòrDelPartenón: LA RECENSIONE PARALLELA. Ciascuno di noi due recensirà lo stesso disco per conto proprio, altrimenti si chiamava collaborazione, e… e non so cosa viene dopo. Ad ogni modo, al termine di questa recensione, ci sarà un link all’altra recensione e poi vedete voi che fare, se metterla ai voti, fare confronti. Sì, ma poi diventa una sfida, non un’attività parallela. Vabbe’, è una cazzata, ma magari ci si diverte, dai.
Io comunque ho recensito così.

Capello liscio e frangettone ortogonali al pavimento, un viso indeciso tra spigoli e rotondità, “due gambe che avresti leccato e ciucciato un giorno intero” (cit.) e spesso in bella mostra, la losangelina Emma Ruth Rundle non ha bisogno di tante fotocorrezioni o di essere Beyoncé (una a caso, giuro) per essere sexy: lo è in maniera contorta e decisamente meno allegra, quasi lynchana (alla faccia di Lana Del Rey corretta col moplen), ma lo è.
Dichiarandosi influenzata da Earth, Grouper, Bohren & Der Club Of Gore e soprattutto Emmylou Harris, della quale ha anche registrato All My Tears in una sua versione, e già militante in Red Sparowes, Marriages e Nocturnes, la Rundle giocherella con droni, pedali e accordature aperte per registrare, nel 2010 e nell’arco di due mesi, Electric Guitar: One, rilasciato l’anno dopo in vinile. Complici un’attività intensa e frenetica con le tre band, interrotta per un po’ da chi ha per metà svaligiato e per l’altra metà danneggiato irreparabilmente casa sua, un impalpabile nervosismo vocale e una rabbia malinconica che rasenta la rassegnazione, la nostra californiana gambuta si mette veramente in mostra, con la collaborazione di qualche percussionista e cellista, nel maggio 2014, mese in cui rilascia Some Heavy Ocean, che più che in mezzo (o in fondo) all’oceano sembra ambientato durante un viaggio notturno in macchina su un’autostrada deserta e buia, lungo la quale i nostri fanali possono illuminare da un momento all’altro donne smarrite, amanti in fuga, ville diroccate, cani in decomposizione.

Nella foto: gambe e capelli.

Nella foto: gambe e capelli.

Lì dove poteva annegare la Holly Hunter di Lezioni di piano, inizia l’album con la breve title-track cantata in reverse, rivelando influenze superficiali da parte dei Radiohead di Like Spinning Plates, che si rivelano più profonde quando in Run Forever e Savage Saint fanno capolino tracce rispettivamente di The Bends e How To Disappear Completely. Tra interludi ambient e fingerpicking dimessi, come in Haunted Houses su un ritmo à La cura di Battiato, si fa strada il paternoster personale della Rundle sul tempo di valzer di Arms I Know So Well, probabilmente uno dei punti forti del disco, assieme alla Linda Perhacs che, privata delle sue sinestesie da Joni Mitchell, passa dal metallo al nylon in Oh Sarah e a quella We Are All Ghosts che, con un’andatura che ricorda i Placebo di Black Market Music, nello specifico di Passive Aggressive, chiarisce con quali entità la Rundle vuole farci avere a che fare, senza che si senta il bisogno di un cacciatore di spettri (per non dire acchiappafantasmi) a rassicurarci e per l’amor di Dio guai a chiamarla “poetessa folk”: ci saranno sì parti in cui l’ascoltatore vola alto, ma Emma Ruth rimane giù, concreta, con i piedi saldati al suolo e la voce a frangersi, non ha bisogno di librarsi in chissà quale aere per fare quel che fa. Ed è sexy anche questo.
Il viaggio è quasi finito ma, a lato della nostra corsia, fattisi da parte i fantasmi e i disperati, compare il cadavere di un cane che, approfittando degli overdrive di Living With The Black Dog, scosta la carne dal suo fianco per mostrare le sue bianche costole nude a Sheryl Crow. Termina il viaggio, termina la notte, termina il disco.

Supponiamo ora di svegliarci la mattina dopo essere tornati a casa distrutti e scoprire che Emma Ruth Rundle, dopo la tournée negli States con King Buzzo, si esibirà in Italia. Supponiamo di comprare il biglietto e di andare al suo concerto. Supponiamo che lei salga sul palco e inizi a suonare. La domanda è: da cosa ci faremo distrarre? Io risponderò solo dopo esserci andato.

La recensione di ElFecondadòrDelPartenón si trova qui. Io invece, anziché una sigla, ve ne presento dieci:


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