Cari shoegazers, non abbiamo dimenticato qualcosa? In The Presence Of Nothing (1992) dei Lilys

31 maggio 2014 § Lascia un commento

Tutto cominciò così.

ElFecondadòrDelPartenón: E adesso, mi ascolto un po’ di US-shoegaze!
DeReviùer: Oh, chi?
EFDP: Lilys.
DR: Li conosco! Shoegaze?
EFDP: Sì, sì, shoegaze.
DR: Quelli di A Nanny In Manhattan?! (che poi sarebbe la seguente)

EFDP: No, quelli di In The Presence Of Nothing… Ma siamo sicuri siano la stessa band? Sono passati dallo shoegaze a una sorta di plagio dei Byrds, mio Dio!
DR: Confermo, sono la stessa band.
EFDP: Comunque, per i Lilys mi viene da dire che sono i primi che suonano davvero come i My Bloody Valentine, cosa che non penso praticamente per nessuno degli shoegazers che amo (com’è giusto che sia, tra l’altro).
DR: E che io non capisco.
EFDP: È la classica pigrizia del menga da parte di chi non vuol approfondire e spara sentenze a cazzo. Ne ho sentite di tutti i colori su gruppi che con i My Bloody Valentine non c’entrano nulla.
DR: Mi sono spiegato male: in che senso suonano davvero come i My Bloody Valentine? E poi di quale epoca?
EFDP: Beh, suonano come i My Bloody Valentine proprio perché provano a ricreare quel sound lì, con i nastri in reverse, etc.
DR: Nastri in reverse che non ricordo essere roba da My Bloody Valentine.
EFDP: C’è anche un “etc.” dopo, eh?
DR: Ah, ecco.
EFDP: Non voglio stare ad elencarti tutto quello che caratterizza il sound dei My Bloody Valentine, conosciamo entrambi i loro dischi.
DR: Mandami un esempio.
EFDP: Magari trovi il disco intero su YouTube, poi sono sicuro che tu mi dirai che non è vero. I know my chicken.

Allergici astenersi.

Allergici astenersi.

Flashback.
Nel 1998, conobbi questi Lilys grazie a uno spot della Levi’s che aveva A Nanny In Manhattan come colonna sonora. Il pezzo mi diverte come allora, ma non ho (mai avuto) tempo/voglia/coraggio di andare ad ascoltare quel Better Can’t Make Your Life Better in cui si dice imitino Kinks e Byrds e da cui il pezzo è tratto. Dopo che ElFecondadòrDelPartenón mi ha messo la pulce nell’orecchio, scopro che in realtà il mondo Lilys è composto da molte più cose.

In realtà, Kurt Heasley non solo è un cantautore con i fiocchi, ma anche un vero e proprio nerd della musica: in qualsiasi modo arrangi, noi rischiamo di aver a che fare con un camaleonte privo di identità, se non fosse per le belle canzoni che scrive, tanto attendibili sembrano i frutti delle sue ricerche su modi di suonare, registrazione, missaggi e via dicendo. Sempre che sia opera sua, perché Heasley è l’unico a tenere attivi i Lilys da che era diciassettenne nel 1988, cambiando 72 musicisti in totale e facendo vigere un regime democratico dove ognuno dà il suo contributo. Tuttavia, è un nerd abbastanza conveniente, poi vi spiego.
E niente, fonda i Lilys e la prima cosa che fanno è un singolo chiamato February Fourteenth, che per l’amor di Dio non è un omaggio ai My Bloody Valentine, ma cosa andate pensando? E dai! È il 1991, i Velvet Crush rilasciano In The Presence Of Greatness e Heasley pensa: “E che sono io, il figlio della serva?”. Quindi si dà da fare e nel 1992 rilascia, con umorismo da ventenne qual era, In The Presence Of Nothing, che la critica saluta come una sorta di seguito non ufficiale di Loveless, che tutti sappiamo essere l’opera più celebrata, rappresentativa e tecnicamente avanzata del genere shoegaze, impossibile andare oltre. Sono abbastanza d’accordo, ma ci sono dei fatti da chiarire: Loveless costò complessivamente 250.000 sterline, In The Presence Of Nothing solo mille dollari (ecco perché Heasley è un nerd che conviene); Loveless richiese tre anni di lavoro, In The Presence Of Nothing nemmeno uno; i pezzi di Loveless sono una scusa per uno studio approfondito e meticoloso sul suono e sul missaggio e la loro struttura li fa tendere a non esistere (non dico che arriviamo a Earth 2, però insomma), mentre i pezzi di In The Presence Of Nothing sono vere e proprie canzoni, con tanto di strofe e ritornelli, arrangiate fuori tempo massimo secondo i canoni dello shoegaze medio del quale si fa compendio quasi enciclopedico (qualcuno può trovarci anche echi dei “soliti” Swervedriver, Ride, Catherine Wheel, Slowdive, ecc.), con qualche disattenzione qua e là, a conferma del basso costo del prodotto (vedi i problemi di latenza dei pedali in Snowblinder).
Mi ricorda un aneddoto riguardo i Pink Floyd quando includevano Syd Barrett che, a forza di sentir parlare di quella musica strana e bellissima che veniva dall’America, decise che l’avrebbe fatta anche il suo gruppo, come se fosse una specie di via di fuga dal Merseybeat, pur non avendo ascoltato nulla di proveniente da oltreoceano, solo che uscirono fuori Arnold Layne, See Emily Play e The Piper At The Gates Of Dawn, scusatelo, eh? Kurt Heasley, in piena stagione grunge e con una distribuzione fonografica più estesa che negli anni ’60, era invece perfettamente a conoscenza di quel che succedeva nel Regno Unito, secondo me, quindi sapeva bene dove stava fuggendo, nonostante io abbia letto in giro che influenze Dinosaur Jr. lo tenevano ben ancorato negli States. Non conosco i Dinosaur Jr. quanto basta per valutare se è vero, ma sto divagando.
Dicevamo, le canzoni: se proprio vogliamo soffermarci in ambito My Bloody Valentine, è come se Kevin Shields disponesse dei mezzi del 1991 e ne scartasse alcuni per registrare roba del 1988. Sempre con una vocalità impostata in modalità Shields, quindi mixata a volume basso perché lo smarrimento, la privazione, l’emotività, eccetera (vedi anche il duetto maschio/femmina di It Does Nothing For Me immerso in feedback, sintesi nucleari e chitarre stroboscopiche), There’s No Such Thing As Black Orchids inizia come se fosse Cigarette In Your Bed per poi procedere come dei Catherine Wheel sonnolenti missati come in Loveless; Elizabeth Colour Wheel (dico io, sei nato in Florida, lavori in Pennsylvania e scrivi “colour”, guarda che non ci caschiamo) inizia come To Here Knows When senza quegli orpelli e quei reverb per cui la conosciamo; Tone Bender, che dà il titolo anche a un EP uscito poco dopo e sofferente anche questa di alcuni problemi di latenza, è una versione più “spoglia” di Only Shallow. Un probabile capolavoro di smarrimento e scrittura, tra Swervedriver e Curve, è Periscope, che resta in tutto e per tutto un brano degli anni ’90, qualunque cosa significhi al di là di questioni puramente personali e generi musicali che mi hanno visto crescere o che rimpiango di non aver conosciuto quando facevo le elementari o le medie (discorso che vale per quasi tutto lo shoegaze e per i Pride And Fall se avessero cominciato molto prima). Dopo la dozzina di minuti della jam The Way Snowflakes Fall, l’unico pezzo in cui ci si può permettere di sperimentare, attraversiamo l’ex b-side Threw A Day per approdare al finale sconsolato di Claire Hates Me, in cui fanno comparsa elementi che lasciano presagire all’abbandono dello shoegaze a favore di atmosfere più concrete e giocose.
Infatti, dopo quest’album, cambia la formazione dei Lilys e viene pubblicato il mini-album A Brief History of Amazing Letdowns del 1994, che appunto vanta pezzi che spostano l’attenzione verso certo pop alternativo e pigli scanzonati à la Pavement, come in Ginger e Dandy. La formazione cambia di nuovo in Eccsame The Photon Band, che rispetto ai precedenti ritengo una palla nella quale i Lilys virano verso il dream pop.
E arriviamo al 1996, in cui fanno prima l’ennesimo cambio della formazione, poi Better Can’t Make Your Life Better e dopo il botto.

Chissà quale altra band hanno imitato nel corso degli anni, ma le ultime notizie risalgono a circa due lustri fa e ritraggono Kurt Heasley indaffaratissimo con i suoi tre figli dopo che la moglie, in preda all’ennesimo esaurimento nervoso, è tornata dai suoi genitori. Si spera che le cose gli vadano meglio adesso e si ripensa assieme a lui a quando si era ancora alle superiori e si fissava voluttuosi la nostra prima cotta adolescenziale, negli occhi della quale riuscivamo a scorgere, nonostante non ci dispiacesse, il suo essere in presenza di niente.
Nel frattempo, mi è passata la paura e Better Can’t Make Your Life Better è tra i prossimi album che ascolterò. Vi farò sapere, ma voi sentitevi pure autorizzati a scaricare tutto l’album da dove volete: è fuori catalogo da anni, nessuno si prende la briga di ristamparlo (magari con le b-side dell’epoca e February Fourteenth in appendice) e tra Amazon e Discogs costa tra i 30 e i 50 euro. Fateme sta’ zitto, va’, ch’è meglio. Vabbe’, vi lascio la sigla, così almeno vi fate un’idea:

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