L’ennesima illusione di stare sul pezzo: Nymphomaniac (2013) di Lars Von Trier

10 aprile 2014 § Lascia un commento

1941: l’estesa profondità di campo delle immagini di Quarto potere permette a Orson Welles di usare una sola immagine per chiarire più cose; l’esempio più classico vede un uomo aprire la porta sullo sfondo e trovare, sul comodino e in primissimo piano, la boccetta dei barbiturici svuotata dalla moglie riversa sul letto tra lui e il comodino.

1955: allo scopo di “dare geni artistici a suo figlio”, la mamma di Lars Von Trier, atea, comunista e nudista come suo marito, pensa bene di accoppiarsi non con suo marito ma con un discendente da un’illustre famiglia di compositori.

1989: Lars Von Trier ha la possibilità, credo, di circondarsi di gnocca e motteggiare il Johnny Depp di oggi con il gesto della pugnetta, quando viene a sapere, dalla madre sul letto di morte, come stanno veramente le cose sulla sua nascita. La sua reazione:

Ah, quindi ha fatto queste?! Che zoccola, a saperlo facevo 'o fravecatore.

Ah, quindi ha fatto queste?! Che zoccola, a saperlo facevo ‘o fravecatore.

2014: quando la versione non integrale del primo volume di Nymphomaniac esce nelle sale italiane, all’estremo di una carriera altalenante tra l’esilarante di alcuni frangenti e l’insensato dei momenti di maggior successo, tra la cattiveria di sempre e la depressione degli ultimi tempi, la somiglianza di Lars Von Trier a Peter Griffin si ripercuote retroattivamente nell’edizione italiana del suo film Le cinque variazioni del 2003, nel quale interpreta se stesso e viene doppiato da Mino Caprio. Lo scorso Natale in Danimarca e nella sua versione integrale, il film è stato presentato da Von Trier nel modo migliore: in silenzio.
Perché da sempre il nostro Lars, il Lars più odiato da tutti dopo Ulrich, mette le mani avanti allegando un manifesto a ogni film che fa, lasciandoci immaginare lui che li declama con ampi gesti delle braccia: “Sì, vero, Epidemic è un film fatto a cazzo. Ma non è forse tra le bazzecole che si trovano i veri capolavori?!”; “Sì, vero, Idioti potevate farlo pure voi a casa con la vostra telecamerina di merda. Ma non è forse togliendo la patinatura e le sovrastrutture che ci avviciniamo alla verità?!”; “Certo, CERTO! Dogville non ha scenografie e gli attori devono far finta di aprire le porte, come tanti mentecatti. Ma non è forse togliendo le scenografie assieme alla patinatura e alle sovrastrutture che possiamo concentrarci sui personaggi?!”.
Stavolta invece il manifesto è questo:

La visione da vicino.

La visione da vicino.

Vi ricordate delle Memorie di Adriano? “Caro Marco Aurelio, starei un attimo schiattando, quindi lascia che ti racconti in 300 pagine cosa mi è successo.”
Da noi, invece, dopo un suggestivo inizio in un vicoletto abbandonato:
“Oh, povera pulzella malconcia, cosa le han mai fatto?”
“Me lo merito, sono una persona orribile.”
“Ma come puote lei trarre cotal conclusione?”
“Aspetta, adesso ti spiego.”
E ci mette tra le 4 e le 5 ore e mezza, durante le quali scopriamo che lei, Charlotte Gainsbourg (aiutatemi a dire BRUTTISSIMA!), è una ninfomane che racconta della sua rovina a Stellan Skarsgård, un professore che giustifica tutto quel che dice la sua ospite:
“Sì, ma quand’ero piccola mi infilavo le carpe vive nella fessa.”
“Eh, ma quello è perché quando si pesca si muove la lenza in un determinato modo per attirare le prede…”
“Sì, ma poi mi facevo tappare contemporaneamente da tre extracomunitari.”
“Eh, ma quello è perché c’è tutto un discorso assurdo dietro il contrappunto del Seicento, da Lully a Scarlatti…”
“Sì, ma poi tiravo i bucchini ai canguri mentre saltavano.”
“Eh, ma quello lo trovi pure in Hervé de Saint Denis, che parlava dei modi di dirigere i propri…”
“Professo’, ma a niente a niente vi piacesse il batrafone pure a voi?”
“Ma sai che cazzo me ne fotte del batrafone? Dai, mi metti in imbaraz…”
“No-no-no-no-no, vi ho fatto una domanda ed esigo una risposta, voglio sapere se ci sta il cazzo che vi fotte.”
“Ah, tu parli! Fai il salto sull’asta con cani e porci e poi pretendi di farmi la moralina? Continua a raccontare, va’, ch’è meglio.”
E tra citazioni colte e riferimenti a antisionismo e antisemitismo (e falla finita, hai fatto la cazzata, mobbàsta), tra una riflessione sulla pesca e una considerazione su Fibonacci, quella fi’bonacciona (seh, come no) di Carlotta sdipana il suo racconto su come la sua carlotta sia al centro del suo essere e del suo fare, nella carlotta, per la carlotta, con la carlotta, nel più classico stile Von Trier, intervallato da qualche intervento didascalico à la Wes Anderson atto a chiarire alcuni concetti importantissimi se si vuole fare bella figura con le lavandaie mancate che frequentiamo.
Se riguardo alla realtà ha poche idee e ben confuse, Von Trier rivela di essere uomo di cinema fatto e finito con poche inquadrature che riassumono non necessariamente il senso di tutto il film, ma più elementi confluenti nella stessa situazione, quando non vengono adottate figure retoriche sottilissime per esprimere altri eventi o concetti, come con le corde sospese nella palestra della scuola. Se rammentate ancora l’esempio fatto all’inizio con Quarto potere, vi renderete conto che l’idea è la stessa ma la profondità di campo c’entra poco e niente, come nella scena in cui la segretaria entra nell’ufficio di Shia LaBeouf (una faccia di cazzo come poche) e il riflesso nel vetro ci rivela una curiosa Stacy Martin (c’è chi dice che sia carina)

No, è FREGNA, punto. (ElFecondadòrDelPartenón)

che cerca di capire cosa sta succedendo.
Ci vengono regalati momenti esilaranti come la scena in cui la Carlotta cerca di accoppiarsi con due negroni che non parlano la sua lingua, ma anche memorabili come il monologo di Uma Thurman che ha entusiasmato tutti tranne me e quello della Carlotta che spiega i suoi perché e percome a tutte le altre sesso-dipendenti borghesi del suo gruppo di terapia. Chi sputa in faccia agli psicologi è sempre il benvenuto, chi riesce ad argomentare bene particolari considerazioni sulla pedofilia altrettanto (certe volte, i meccanismi della logica sono spietati), a patto che ci si ricordi di aver a che fare, in fondo, con un bambinone alla pari di Tarantino, con un burlone come pochi che ci regala un volume primo divertente e stimolante e un volume secondo nel quale, tra momenti di tenerezza e coincidenze assurde, svetta la gigantesca scritta TROLL, come se già non svettasse su affermazioni come “L’ingrediente segreto del sesso è l’amore”. “Amore” fa rima con “per favore!”.
Ma sono cose che voi comuni mortali non potete sapere, prima del 24 corrente mese, a differenza mia che non ho altro da dire o presentare se non la sigla meno borghese e più proletaria del momento:

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