Prima che sia troppo tardi: la trilogia Before… (come una scusa per parlare sommariamente della carriera) di Richard Linklater

4 aprile 2014 § 1 Commento

Richard Linklater è un po’ come Gus Van Sant, ma più ambizioso, più texano e con meno soldi. Sapendo cosa è uscito da Houston, tra musica e film, mi chiedo cosa ci sia lì da far scoppiare la testa a tutti.
Nel 1991, per dirvi, mentre nei paesi anglosassoni sono indecisi se mettere grunge, post-rock o shoegaze nel proprio panino, esce Slacker, un film che, nell’arco delle 24 ore in cui si svolge, passa senza trama da un personaggio all’altro, per il gusto di passarci e far girare le palle (anche a ragione) ai puristi della narrativa lineare a tutti i costi. Il film ospita la batterista dei Butthole Surfers (“Guardate cos’ho appena comprato: il pap test di Madonna!”), parla di tutto il discutibile possibile in queste circostanze, costa 23.000 dollari, pian pianino ne incassa un milione e mezzo e diventa oggetto di culto e dichiarata fonte di ispirazione per tanti autori, primo fra tutti il Kevin Smith di Clerks.
Nel 1993, esce Dazed And Confused, da noi si chiama La vita è un sogno e Matthew McConaughey è tra i protagonisti. Non l’ho visto.

Torniamo indietro. Nel 1989, Linklater incontra una certa Amy in un negozio di giocattoli a Philadelphia, parla con lei fino a notte fonda e poi non la rincontra più. Torniamo a noi.

Nel 1995, Linklater non sapeva che stava per iniziare un esperimento sociologico impegnativo e anche un po’ rischioso, ma comunque co-sceneggia, dirige e rilascia Before Sunrise, da noi Prima dell’alba. Se specifico il titolo originale prima e quello italiano poi, un motivo ci sarà, non trovate?

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Quando non c’erano cellulari e Facebook, Ethan Hawke, dopo aver visto gli extra-terrestri, colto l’attimo fuggente e mangiato cadaveri, nota Julie Delpy sul treno per Vienna e, proprio come farebbe lo spettatore eterosessuale vedente medio (categoria alla quale appartengo), esordisce con “TE CHIAVASSE!”. Julie Delpy, reduce dalla cazzimma dei polacchi e dalla doppia vita da prostituta/impiegata-di-banca, diversamente da come farebbe la spettatrice eterosessuale vedente media (categoria alla quale non appartengo, quindi sto ipotizzando), gli risponde: “Sorry, io no spik tedesco.”
“Ah, no? Capirai, io non parlo neanche francese. Ma l’inglese va benissimo!”
E quest’inglese, fuori dal treno, viene parlato per tutta la durata del film dai nostri, che discutono del più e del meno in giro per una Vienna in cui tutti, dico tutti, sembrano soffrire d’insonnia, dal poeta di strada che compone a notte fonda al clavicembalista che suona alle prime luci dell’alba, passando per una danzatrice tribale con annesso suonatore di djembé e una chiromante di quelle parti. E se questi non dormono, stento a immaginare come possano dormire gli altri, ma i nostri riescono a dormire dopo una notte memorabile e a fare in tempo a prendere ciascuno i propri mezzi per lasciare Vienna, dopo la reciproca promessa di rivedersi, in un modo o nell’altro.
Dopo aver lasciato aperto il finale, se stesso sulle spalle di due giovani bravi e adorabili (soprattutto la Delpy, perché sono eterosessuale e vedente) e il segno (meritatamente) su pubblico, critica e festival di Berlino, il film rivela di non avere un finale così aperto, come ci viene spiegato in Before Sunset – Prima del tramonto, nel 2004.

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Prima di questo film, Linklater prova che il paragone con Gus Van Sant non è completamente campato in aria e che aveva ragione Vittorio Gassman quando diceva che “per fare l’Adelchi, bisogna fare le puttanate”, perché dirige sì Waking Life, di struttura simile a quella di Slacker nonostante il protagonista e concettualmente fluido grazie a quanto permette l’animazione in rotoscope sulle scene girate in digitale, ma anche quello School Of Rock dove il rock chiede pietà a ogni tipo di pubblico, i birignao chiedono pietà a Jack Black e Joan Cusack pretende e promette sesso selvaggissimo e violentissimo. Non colpevolizzatemi per questo.
Durante i nove anni successivi alla gita a Vienna, Ethan Hawke ha tempo di farsi Uma Thurman, il monologo “To be or not to be” da Amleto in un videonoleggio e il suo primo cannone con Denzel Washington, nonché di scrivere due romanzi nella vita vera e uno fittizio ispirato al suo incontro con la Delpy e presentato a Parigi nella libreria “Shakespeare And Company”. E dove, altrimenti? Cominciamo male.
La Delpy, sempre più GRAURRR!, si trova lì, un Ethan Hawke ridotto malissimo la riconosce e, sentendosi come ai vecchi tempi, la saluta: “TE CHIAVASSE!”.
“Ma non eri sposato e con un figlio?”
“Cazzo, hai ragione, ma sai com’è, il matrimonio è così, c’è poco da crederci.”
“E allora io che devo dire? So’ diventata la bella di Ventimiglia, tutti mi vogliono e nessuno mi piglia.”
Siccome la Delpy ha preso anche la cittadinanza americana e il suo inglese è più fluente, è normale che questo film sia più breve del precedente; però, a distanza di nove anni dal primo incontro, abbiamo a che fare con due trentenni nevrotici e rincoglioniti che parlano, parlano, parlano e non fanno altro per 80 minuti. Se nel film precedente il corteggiamento era spezzato da alcuni simpatici – chiamiamoli così – siparietti, in questo film la logorrea dei nostri eroi ci obbliga a farci strada in essa per capire cosa è successo a loro e perché sono così nervosi, a distinguere le vicende personali dai luoghi comuni sui francesi (scimmie d’Europa secondo Schopenhauer, italiani costantemente incazzati secondo Jean Cocteau), finché la Delpy non decide che è arrivato il momento di promuovere il suo (finora unico) CD, improvvisando un live acustico. E scusa, Carla Bruni sì e lei no? Ma che davvero?

‘Sta palla mortale fa incetta di nomination, premi e non so che altro, ma passano altri nove anni prima che l’esperimento possa dirsi chiuso con Before Midnight, sceneggiato come il precedente da Ethan Hawke, Julie Delpy e da Linklater che, reduce – per chiarire con alcuni titoli la ciclicità dei suoi scivoloni – da un remake di Che botte se incontri gli Orsi e da A Scanner Darkly, viene a sapere che quella Amy che incontrò un casino di tempo fa è morta in un incidente stradale. Quindi il film è dedicato a lei.

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Per l’ennesima volta, Ethan Hawke dice alla Delpy: “TE CHIAVASSE!”
“Beh, stiamo insieme da anni, abbiamo due gemelle, che problema c’è?”
“E no, dai, così non c’è sfizio!”
E infatti litigano per la prima volta in diciotto anni, non prima però di ringraziare degli amici greci per l’ospitalità, di visitare qualche rovina, parlare, parlare, parlare, ancora parlare mentre risuona in sottofondo un tema musicale che sembra rubato ai biscotti Plasmon, atteggiarsi da pervertiti (soprattutto la Delpy), incamminarsi verso una camera d’albergo in cui provano appunto a chiavare e, al minuto sessantottesimo, ommioddìo JULIE DELPY ESCE LE PUPPE! Sì, d’accordo, non è la prima volta, magari c’è pure di meglio, ma permane il fatto che LA DELPY HA USCITO LE PUPPE e io interrompo la visione per riprendermi dall’infarto, preparare striscioni e stencil per scrivere sui muri che LA DELPY HA USCITO LE PUPPE e, mentre pianifico di incontrare gli amici per andare ai festival e cantare Guantanamera (ESCI LE PUP-PE! GIULIETTA, ESCI LE PUP-PE! ESCI LE PUUUUUUUUUUP-PEEEEEEEEEE!), riprendo la visione anche perché devo finire di scrivere la recensione, anche se c’è poco altro da dire. Tutti concordano sulla mancanza di quella freschezza che caratterizzava il primo film e sulle alte probabilità che un’operazione del genere sfianchi anche il meglio disposto a fruirne, anche se in fin dei conti toppa di brutto solo una volta su tre, ma è impossibile ignorare che dietro tutto questo ci sia un lavoro assurdo, roba che neanche il Cassavetes finto improvvisato di Shadows e Faces: dialoghi fittissimi da tenere a memoria e recitare nella maniera più naturale possibile, piani sequenza che sembrano non finire, non detti che dicono, detti che non dicono, località europee riprese senza cadere nell’effetto cartolina e JULIE DELPY CHE ESCE LE PUPPE.

Questa trilogia si propone come il preludio a un progetto più ambizioso intitolato Boyhood, che è valso a Linklater il secondo Orso d’Argento a Berlino come miglior regista e ha richiesto dodici anni di riprese sempre con la stessa troupe, per imprimere su pellicola l’invecchiamento naturale di tutti gli attori coinvolti, senza trucchi e senza inganni. Dicono che uscirà quest’anno e durerà due ore e mezza, staremo a vedere.
Per quanto riguarda Ethan e Julie, forse ci vediamo fra nove anni. ElFecondadòrDelPartenón sarà contento della sigla:

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