Sì, la vita è tutta un film: The Everyday Film

13 marzo 2014 § Lascia un commento

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Avete presente quando sniffate del diluente mentre con la vostra Eldorado del 1978 percorrete un’autostrada abbandonata in mezzo al deserto, nel manico del Texas, dopo aver massacrato una famiglia di cinque persone? Ecco, mi sembra una descrizione abbastanza succinta di come suona The Everyday Film.

(The Hidden Mother Collective, 31 marzo 2012)

Oltre la nebulosa creata dal primo album di John Frusciante, dagli album solisti di Mike Patton, da Gwarek2 di Aphex Twin e The Litanies Of Satan di Diamanda Galás, apparentemente o volutamente ignaro di quel che offre il mercato musicale, nasce e cresce The Everyday Film, uno dei progetti più oscuri, originali e inquietanti in circolazione. Complice l’insistito solipsismo del suo fondatore, del quale nulla è finora noto, The Everyday Film sembra essere stato partorito da due persone diverse, dipendentemente dalla gentilezza dell’ascoltatore: quello più avventato, superficiale e meno gentile lo liquiderebbe come un omicida seriale; quello un po’ più accorto e gentile lo definirebbe un autistico. Avere a che fare con i suoi album è un po’ come avere a che fare con i film di David Lynch aggiornati all’era digitale e senza la musica di Badalamenti. Impossibile accostare la sua opera a un genere musicale in particolare se non, in ambito attitudinale, al grindcore, con il quale condivide non stilemi, suoni e strumenti, ma la frammentarietà e la breve durata delle opere, nonché la manifesta repulsione verso tutto ciò che rappresenta o è rappresentata dalla musica. Qui non c’è spazio per le muse.

houseNel dicembre del 2009, la sua etichetta personale, la Assumed Makeup, rilascia The House I Used To Turn Into, un possibile concept album su un rapimento, un manifesto chiarificatore (l’anti-sindrome-di-Stendhal di Beauty Sends Sufferers Into Convulsions) e acerbo: 16 minuti e 16 secondi di durata divisi in 27 tracce, tra recitati allucinati (A New Class Of Paranoia), industriali (The Past Replayed For Someone Else), sovrannaturali (The Boy In The Wall), nonsense (Thelk) e minacciosi (The Liability Room (The Cellar)) e interludi onirici (The Model Home, Wick), apparentemente rassicuranti (Middle Class Leather o i 7 secondi di Fenced In Laughter), talvolta anche ritmati e orecchiabili (Record Breaking Coagulation). Impossibile rintracciare influenze musicali in questo microcosmo di microcosmi, se non in un compromesso ideale tra Aphex Twin e Residents nei pochi secondi di My New Rates; impossibile rintracciare un senso dove ogni cosa ha lo stesso nessun senso rispetto alle altre (“Tieni i tuoi pensieri dove posso vederli”, “Se avrò un buon funerale, voglio questo; se avrò un brutto funerale, voglio quest’altro”).
Tra questi frammenti di uno specchio rotto, The Sense Test rappresenterebbe un vero miracolo: quando tutte le tracce superano il minuto di durata molto raramente, il rapito implora per due minuti il rapitore di risparmiarlo, mentre il secondo fa una lista di cose che dovrebbe/vorrebbe fare.

channelsNel 2010 arriva il turno di tre uscite, la prima delle quali è Broken Up Love Channels, per tutta la durata del quale (24 tracce per 12 minuti e 34 secondi) The Everyday Film gioca al gatto e al topo con l’ascoltatore, come evidente in First Sonar e Last Sonar, che aprono e chiudono il disco. Ancora più ermetico, ancora più impossibile star dietro alla durata delle tracce, ai deliri del nostro inseguitore, alla sua padronanza di mezzi quali rumori di fondo, silenzi, rantoli, pause dilatate. In questo mare di negazione, dove logica e musica sono annullate ed escluse e si annullano ed escludono a vicenda, ti resta solo da fare una cosa: scappare, anche se finirai per soccombere. Neanche uno scampolo di orecchiabilità al quale appigliarsi, come esemplificato nelle tre tracce intitolate Fear Of Things Already Occurring.

cycleLa seconda uscita, The Cycle (24 tracce, 12 minuti e 17 secondi), si pone a metà strada tra un greatest hits e una possibile presentazione al neofita: non solo vengono approfonditi alcuni temi delle precedenti uscite (Budgeted Out The Perverted (What Really Happened), le varie tracce intitolate Broken Up Love Channels, la versione non censurata della strumentale Middle Class Leather), ma vengono consolidati gli ingredienti della sua ricetta e concessi spazi all’umorismo (i 18 secondi di silenzio di There Is Nothing Here) e a soliloqui sempre più stratificati, deliranti, effettati e indecifrabili.

patientsI 26 secondi dello schizofrenico singolo Multiple Women anticipano e riflettono la terza schizofrenica uscita, la più “musicale” e la meno “recitata” delle tre: Permanent Patients, 10 minuti per 7 tracce, indecise se comprimersi, come nel singolo, o dilatarsi, come in The Everyday Film, un nuovo biglietto da visita, un riassunto di carriera che lascia presagire nuove aperture e che l’artwork del CD ci proibisce di ascoltare: “Il mio armadio è più grande di casa tua e non c’è via d’uscita; quindi, se ascolti questi messaggio, vieni a prendermi perché non riesco a uscire.”

emotionsIn 2011, anticipato dai due minuti del singolo Emotional Margin Call, concepito a cavallo tra i Daft Punk di Homework e i Nine Inch Nails ma senza sezione ritmica, esce Festival Of Emotions, il quinto album, dal quale sembra trasparire una persona più sensibile di quel che è sembrato nelle precedenti pubblicazioni. Da quel poco che mi è parso di capire, The Everyday Film parla, sempre a modo suo, di amore e relazioni di coppia da far indurire le arterie (You, The Entrance; You, The Exit), riprendendo perfino Rug dal precedente album (“Non farmi entrare quando busso alla tua porta: sanguinerò sul tuo tappeto. Niente sesso, niente toccatine, solo io che sanguino”) e condendo il tutto qua e là con qualche acquarello industrial e qualche inaspettata venatura funky. Non manca l’ironia nello strumentale Vanity e Scream All Day, un quasi ambient à la Brian Eno dell’epoca di Another Green World.

gooolNel 2013, Goool, 3 minuti e 42 secondi fatti “per farvi abbaiare per tutta la durata del pezzo” (cit.), e relativo video su YouTube, anticipa due versioni diverse di se stesso.
Quella di 13 minuti (!) è su Goool EP, che dura quanto un album ed è (non più) disponibile solo in formato digitale su iTunes e Amazon. Il calmo soliloquio della title-track procede su un funebre beat sintetico cardiaco tra risate soffocate, clic di mouse in sottofondo, bordoni distanti, le solite voci distorte e un “nuovo pezzo che volevo suonarti”, simile a un tango zoppicante degli anni ’20. Non c’è la chirurgia aritmetica di Ryoji Ikeda, non c’è il nero su tela nera di Bernhard Günter, solo desolazione, alienazione e rassegnazione. Le altrettanto calme b-sides, The Face Of Wait e The Bed Of That I Want, durano circa un minuto ciascuno, danno un po’ di rumore all’EP e completano un esercizio di eccentricità che riporta alla mente Heaven Sent degli Half Japanese.
newskinwineUna versione più breve (2 minuti e 40) è tra le 11 tracce di New Skin Wine, probabilmente il suo capolavoro, presentato su YouTube con il video di The Guess. In quest’album, che dura 22 minuti ed è quindi il più lungo della discografia, gli incubi sonici sono più lunghi e rarefatti, come la finale Unpronounceable Lover, e più elaborati ed eterogenei, come Want Cycles, con i suoi synth che gridano qua come Diamanda Galás, graffiano là come un vinile rotto e inquietano noi in maniera diversa e inaspettata rispetto a quanto fece l’album di debutto. Due anni d’attesa per raffinare il proprio alfabeto, cercare nel profondo di se stesso e dare a noi risultati più profondi sono davvero valsi la pena, si direbbe. A costo di trovare lo stesso niente che si trova fuori.

Più di quattro anni sono passati dalla prima uscita, ma ancora The Everyday Film non si è palesato al di fuori dei suoi dischi. Solo un sito da parte sua, senza notizie, senza layout, una lettera che sembra ritagliarsi e ricostruirsi, un link a un video, il tutto scritto in nero su fondo bianco. Lungi dal chiudere questa monografia come un articolo di cronaca o un amaro American Graffiti, tenterò il grande passo. Forse mi farò male, forse sarà solo una bella sorpresa, forse rischierò tanto quanto nulla, ma sarà un’esperienza da raccontare a tutti, comunque finisca. Aspettatemi qui mentre, con le tapparelle abbassate, le cuffie indossate e le luci spente, ascoltate la sigla. Le parole si illuminano sul retro del paraurti.

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