“PORCACCIOGGIÙDA!”: Alberi senza radici (2003) di Michelle Bonev

24 febbraio 2014 § Lascia un commento

Infatti manca proprio la base.

Infatti manca proprio la base.

Devo essere per forza la persona più coraggiosa e consapevole del mondo, se riesco a immergermi in un mondo che non mi appartiene e a uscirne indenne per raccontarvi i miei trascorsi.
Devo trovarmi al massimo del malessere se, alla fine del viaggio, tutto quel che riesco a dire è solo BASTA!
BASTA! con il concetto di “libro biografico di personaggio famoso”: si nasce, si muore e in mezzo c’è il risaputo. Che me ne faccio di trecento pagine di roba che puoi raccontare, se non l’hai già fatto, in dieci minuti di intervista dai quali puoi desumere tutto, anche le cose più brutte?
BASTA! con la retorica del “se puoi sognarlo, puoi farlo”, tipica di chi non distingue il sogno dall’immaginazione, l’ambizione dalle capacità, la realtà dalla finzione, la merda dalla Nutella, la mamma dall’amante gay.
BASTA! con il proporre come unica strada giusta e possibile quella dettata dal cuore, quando a seguire il cuore finisci sempre negli stessi soliti due posti: vena cava o aorta.
BASTA! con la bellezza, con gli aggettivi “particolare”, “peculiare”, “suggestivo”, “spaventoso” e tanti altri che mettono in mostra i tuoi sentimenti riguardo un preciso argomento. Se per te è una novità, perché deve esserlo anche per me? Se tu ti spaventi, perché dovrei spaventarmi anch’io? Se a te piace, chi dice che piaccia anche a me? Lasciatevelo dire da uno che si è commosso davanti agli ultimi secondi di Non aprite quella porta del 1974 e si è fatto prendere dall’ansia davanti a Il Diavolo veste Prada.
BASTA! finanche con Dio: è già fin troppo occupato con i cazzi suoi e sono già in troppi a leccargli il culo, fidenti nell’avvento di un mondo migliore nel quale vivono già senza muovere un dito.
BASTA! affinché non si vedano più libri in circolazione scritti dopo una pera di new age da testimoni di Geova ottenni che armeggiano con un telegrafo e parlano di tratta delle bianche come se non fosse simile al calcio mercato. È la moda, baby, rasségnati, è frutto di scelte anche tue.
Il fatto che questo sia un romanzo autobiografico – una contraddizione in termini che non sopporto – aggrava la situazione: davvero Michelle Bonev si è circondata di personaggi così monodimensionali, così caricaturali, così stereotipati, così assurdi da disquisire su Dio, sull’amore, sulla vita, sull’Universo, su tutto quanto come se avessero imparato a memoria stralci da un volantino delle Edizioni Paoline e come se avesse più senso di una gara di playback nel Ku Klux Klan? C’è da dire che ogni tanto tira fuori Van Morrison, per dare chissà quale alone a questa “storia vera” (leggo sulla copertina), che sembra una versione più dark e violenta di Fantozzi per com’è presentata, e mettere a tacere chi potrebbe darle dell’ignorante, suppongo. Ma a me Van Morrison fa cacare, dai.
Mai in vita mia avrei pensato d’aver chiesto aiuto a Giampiero Mughini. Intervistato da Cruciani e Parenzo, tra l’altro. Mi sento malissimo.

Ho appreso poco fa che, basandosi su questo libro, la Bonev ha scritto, prodotto, diretto e interpretato un film intitolato Goodbye Mama, fonte di polemiche, incidenti diplomatici, processi, incazzature, bucchini a lingua smerza e non so cos’altro. Ho tanta paura.
Se anche voi avete il mio stesso coraggio, o siete semplicemente degli incoscienti, potete scaricare il libro in PDF qui, in tutto il suo squallore e la sua pienezza di refusi. Quando vi dico che vale tutti i soldi che avete speso, credetemi. Sigla:

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