Cronache dalla crisi: Jar Moff

27 novembre 2013 § Lascia un commento

Prima di introdurre l’artista di oggi, voglio chiarire una parte della mia posizione: sono un antiberlusconiano ottimista. Perché ho visto Quarto potere di Welles. E gli ultimi trascorsi sono dalla mia parte.
Vi invito a immaginare la scena: Berlusconi, abbandonato da tutti, muore come la merda a casa sua, ma anziché dire “Rosabella” dice “Apicella” e, anziché il bicchiere o la palla di vetro, cade dal comodino un DVD di Ecce Bombo di Nanni Moretti; allora tutti capiscono che non si rivolge a Mariano, ma a Michele, il protagonista del film. Al che, Mariano si fa prendere dallo sconforto e inghiottire dalla crisi di valori e cazzi vari, perché aveva sempre creduto che Silvio fosse dalla sua, e alla fine ingoia i barbiturici e muore per terra, perché la caduta dei valori l’ha spinto a vendere tutto: strumenti musicali, mobili, soprammobili e parenti stretti. Non ha il letto e non ha comodini dal quale far cadere roba, la sua ultima parola non è “Apicella”, non è “Rosabella”, ma “Annabella”. Intervista alla portiera che l’ha trovato morto: “Cosa vuol dire ‘Annabella’?”; “Ma che cazzo ne so? Quello era arteriosclerotico, si cacava addosso…”. Di tutto questo, Nanni Moretti se ne sbatte le palle. E il tutto si riflette a livello mondiale, anche in Grecia: chi manifestò contro il governo va a festeggiare la fine della crisi in giacca e cravatta nei pressi del Partenone. Quello di Nashville, così fanno vedere che possono permettersi pure il viaggio. Gli Aphrodite’s Child si riformano e fanno un disco più bello di 666, perché collaborano con Jar Moff.

C'è talmente tanta crisi che posso usare solo mezza faccia.

C’è talmente tanta crisi che posso usare solo mezza faccia.

Di Jar Moff si sa solo che vive e opera ad Atene, creando collage di immagini che talvolta fanno da copertina ad altri collage di suoni, distribuiti gratis o a pagamento da diverse etichette e creati con il solo ausilio di un Roland SP404, riguardo al quale questo link fornisce molte informazioni.

JMEPSPL’esordio ufficiale è del 2010, si intitola JMEPSP ed è una suite di venti minuti distribuita dalla Leaving Records, in free download e in trenta copie su CD-R, e creata con campioni tratti da musiche d’avanguardia, film greci anni ’80, horror e fantascientifici.
Un basso fretless fa capolino su oggetti messi in ordine e apre le danze su un mid-tempo trip-hop e clangori sparpagliati e decrescendo che esplodono in un esempio unico se non raro di come sia possibile ricostruire un genere musicale pre-esistente decostruendone decine di altri, con un beat tra il post-punk e il synthpop, melodie in reverse, vocalizzi spezzati, sassofoni free-jazz frammentati ed echi da altri pianeti che dalla fantascienza anni ’80 potrebbero benissimo portarci a quelle partiture orchestrali mordi-e-fuggi di ampio respiro che magari ci sarà capitato di ascoltare di sfuggita negli anni ’90 nelle pubblicità per profumi, senza la possibilità di capire chi l’ha scritta e se l’ha fatto apposta per lo spot. Campanelli e passi in un tempio buddista spezzano la nostra riflessione e un flauto alieno cinguetta su una base ritmica pseudo-industrial, in compagnia di uno pseudo-xilofono calypso, un’arpa sintetizzata che sembra rubata a un disclaimer anti-pirateria di un produttore di VHS, un piano impazzito e sibili elettronici, presto portati a isolamento per costruire la suspense, assieme a vari concretismi delicati su ritmo hip-hop primordiale, che diventa una simil-bossanova pestona à la Jean Michel Jarre di Magnetic Fields Part IV, con tanto di fiati in reverse. Un “om” di sintetizzatore in ambiente boschivo ci porta a un beat à la Careless Whisper con basso motosega, bollicine di elettronica, pianoforti-carillon, esplosioni free-jazz, locomotive e cori da messa in lontananza che cedono il posto a un finto valzer per Commodore 64 con crescendo tonitruante di fiati sporchissimi, distorti e pronti a invadere il pianeta, tra le urla dei suoi poveri abitanti, ma dopo il blitzkrieg ecco la quiete in un ambient per organo e voce appena udibile che va in crash e introduce un tip-tap industriale per computer in avaria che ci presenta trombe sfiatate, macchine impazzite costruite da Raymond Scott e carillon che ci conducono a un finale aperto: non sapremo mai chi ha vinto.

vidrNel 2011, trascurando volutamente un remix per Harald Grosskopf, è il turno di un’altra suite: i dieci minuti di VID R, distribuiti secondo le stesse modalità della precedente e mietenti vittime nuove, tra free-jazz, krautrock, space rock, synthpop, effetti sonori e oscure colonne sonore.
Dopo un inizio all’insegna della suspense, a base di gorgoglii e ed echi di colpi di Farfisa, inizia il baccanale con sintetizzatori krauti e glitchismi ambientali su ritmi da poliziesco anni ’70, che sfociano in arabeschi per elettronica anni ’50 e cingolati di tastiere in loop contro piatti sospesi free-jazz e cinguettii vari. Un intermezzo lounge per drum machine antiquatissima e nastri manipolati ci conduce alla chiusura, una sommessa follia collettiva per fiati minacciosi, clarinetti e loop di sintetizzatore.

commouthIl primo album, finora l’opera più astratta (come se le altre, poi…) del nostro assemblatore, vede la luce nel gennaio 2013, viene distribuito dalla PAN in vinile, contiene una suite per facciata e si intitola Commercial Mouth.
Dopo una criptica introduzione di nastri in reverse, feedback, fruscii insistenti e fulmini, le percussioni tribali e gli aerei in picchiata di Tziaitzomanasou zoppicano su un’ambientazione à la cLOUDDEAD, prima di approdare presso fiati free-jazz, musicassette avviate e riavviate di continuo e theremin torturati. Viene poi il turno di un altro ritmo trascinato per spillatrici, intervallato da esplosioni di big band, una pausa per wah-wah meditabondo contro severi timpani marziali che accompagnano lo sparo dei laser segnalato da trombe lanciate alla carica. Triangoli, finte marimba à la Stockhausen, vocine allucinate e oggetti trovati chiudono il lato A.
Il lato B, Commercial Mouth, dopo un fruscio modulato à la Microphones, presenta una sinfonia per canali televisivi morti, fiamme ossidriche e console Atari difettose contro, per l’ennesima volta, un crescendo di fiati jazzati, prima di una parentesi à la Y. Bhekhirst per percussioni assortite e basso gommoso che intorbidiscono le acque e aprono nel caos un varco che mini-Moog distorti e granulosi su rullante marziale percorrono prima di un’esplosione percussiva industrial e di una soffusa calma piatta finta come tutte le altre ma riflessiva quanto i momenti più caotici, affidata prima a chitarra e basso e poi a un piatto ride inghiottito dalla grana grossa del fruscio del vinile.

MoutraDel marzo 2013 è Patisiwn Moutra, una suite di diciotto minuti distribuita in free download.
I rumori dei computer di bordo di un’astronave riecheggiano contro colpi di batteria post-punk, cavi sfrigolanti, esplosioni e bordoni orchestrali che sfociano in percussioni e tip-tap tra il concreto e il free-jazz, fra un pianoforte sognante e l’arrivo di un ascensore, fra una chitarra hendrixiana e armonici tribali sfasati di basso, il tutto coagulato da battiti di mani e sassofoni distorti in un turbine ritmico sempre più frenetico e ipnotico, interrotto solo da ambientismi à la Eno a loro volta interrotti da scoppi di orchestra spaziale free-jazz, raggiunti in rapida successione da tastiere che parlano in Morse e percussioni sintetiche a orologeria, prima che gli ingranaggi impazziscano in silenzio per diventare campanelli che aprono una messa per tastiere vocoder à la Jarre, ritmi regolari synthpop e chitarre pop-rock a darci l’illusione che si tratti di una pausa nella forma canzone mainstream, smentiti solo dal fade out alla fine della suite.

Da molti saccheggiatori di suoni, spesso preoccupati per l’orecchiabilità delle proprie opere, Jar Moff si distingue per la capacità, che alcuni potrebbero percepire come un limite, di dare un’identità precisa alle proprie creazioni, tanto da poter distinguere le sue opere secondo i canoni di generi diversi, come del resto si è fatto per gli album dei Daft Punk: JMEPSP è una dichiarazione d’intenti quasi synthpop, VID R è krautrock grezzo, Commercial Mouth è, seppur in maniera perversa, industrial (inteso alla maniera dei Throbbing Gristle) e Patisiwn Moutra si dà (avete indovinato!) al free-jazz. La ricorrenza quasi insistita di alcuni termini in questo articolo potrebbe far pensare a una certa limitatezza del suo (ma più che altro del mio) vocabolario, nel quale però (vedi il free-jazz in generale, per esempio. E dagli!) i significanti contengono a stento il significato, ma con una discografia che riempirebbe un CD registrabile e la costruzione di impalcature sonore solide e intricate a partire da frammenti irriconoscibili e in copiosa quantità, secondo un metodo non dissimile da quello dei più celebrati Vampire Rodents, è facile vedere in Jar Moff il simbolo di un popolo (che oggi è quello greco, ma domani potrebbe essere quello italiano) che riparte dalle macerie che lo circondano per costruire il proprio domani, con tutte le speranze e soprattutto le complessità che porta con sé.
Giunta inoltre mi è da poco notizia di un nuovo vinile a nome Jar Moff, intitolato Financial Glam e in uscita, ancora per PAN, il 13 dicembre. Prima di darvi un giudizio su di esso, vorrei prima parlarne con ElFecondadòrDelPartenón: sapete com’è, potrebbe essergli vicino di casa.
Nel frattempo, prima che il free-jazz diventi il nuovo punk, vi mando la sigla.

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