Orgia-cartoon: Nanda Collection (2013) di Kyary Pamyu Pamyu

30 ottobre 2013 § Lascia un commento

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Questa recensione non sarebbe nemmeno dovuta apparire sulla webzine dove di solito scrivo: tuttavia, non è proprio cosa di tutti i giorni vedere una popstar dall’Estremo Oriente, per giunta tra le più chiacchierate e famose degli ultimi tempi, approdare anche nei mercati occidentali, per giunta senza fare la figura della perfetta sconosciuta. Intendiamoci, non è un nome sulla cresta dell’onda e probabilmente mai lo sarà (e c’è da augurarsi che non lo diventi: i motivi verranno spiegati dopo), tuttavia per chi bazzica la rete un po’ più approfonditamente e legge blog di curiosità o quant’altro, il nome di Kyary Pamyu Pamyu potrebbe non essere nuovo. A maggior ragione dopo la recensione comparsa su Pitchfork qualche mese fa, anche molta della popolazione musicofila dell’Occidente, non propriamente avvezza al pop più caramelloso proveniente dal Giappone, è venuta a conoscenza di questo fenomeno.
Perché di autentico fenomeno si può parlare: i suoi video su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, perfino siti di rating come RateYourMusic contano voti e commenti ai “suoi” dischi quali non ne annoverano popstar dalla carriera indubbiamente più interessante e longeva. Perché no, a dispetto di quello che sembra pensare il buon recensore di Pitchfork, Kiriko Takemura (questo il nome al secolo della frizzante e coloratissima ventenne) non ha spinto minimamente i confini del j-pop, non ha cambiato le regole in tavola. Con questo suo secondo lavoro, Nanda Collection, la cosa diventa assolutamente plateale: vi è più di una ragione a riguardo.

La scintilla che ha infatti fatto scattare l’interesse nei confronti della figura così assurda di Kyary (a vedere i suoi video, sembra un improbabile incrocio tra Cyndi Lauper e Lady GaGa, quest’ultima però palesemente influenzata a sua volta dal travestitismo nipponico) è l’aver sfruttato con assoluta intelligenza l’elemento visivo, ben più di tanti colleghi a cui le rispettive case discografiche tagliano, con assoluta mancanza di senso del marketing, i video postati su YouTube. Un pacchetto completo il quale, piuttosto che respingerla al pubblico occidentale, non ha fatto altro che aumentarne le quotazioni, a dispetto della politica di embargo che gran parte dell’industria musicale giapponese sembra voler tenere nei confronti del crescente interesse internazionale.
Elemento visivo magistralmente coordinato dal deus ex machina alla base dell’intero progetto: Yasutaka Nakata. Il guru dell’electropop nipponico, accortosi del potenziale iconico di una fashion-blogger ancora minorenne allora, ha costruito su di lei una delle figure più bizzarre e surreali dell’intero showbiz dell’arcipelago, immediatamente riconoscibile e difficilmente dimenticabile. La musica era quindi la naturale prosecuzione di tutto questo: folle, insubordinata ma mai realmente eccessiva, da un lato bubblegum-pop del più infantile che si possa concepire, dall’altro electro-dance pronta per scaraventare le canzoni in pista, con un tocco di shibuya-kei che non guasta mai. Un progetto portato a compimento dapprima col giocoso Moshi Moshi Harajuku (l’EP che includeva la viral hit Pon Pon Pon), successivamente con l’irriverenza del primo full-length Pamyu Pamyu Revolution, capace non soltanto di portare la formula concepita dal producer a un ulteriore grado di astrusità e surrealismo (post-)pop, ma di rilanciare in parte le attività parallele di Nakata, da troppo tempo infilatesi in un vicolo cieco dal quale sembravano non poter più uscire.

Certo, non si trattava un disco a cui era facile abituarsi, a meno che non si fosse già avvezzi alle vocine a Pokémon tipiche delle vocalist nipponiche: al di là di questo scoglio (non facilmente arginabile, ne va dato atto) le canzoni comunque si reggevano, quale più quale meno, su un equilibrio sottilissimo tra la più totale demenzialità e una scrittura a presa istantanea, piena zeppa di ritornelli memorabili. Di là in poi, il baratro: il segreto consisteva infatti nella novelty dell’esperienza, nell’effetto sorpresa (parziale o meno che fosse, poco importa) che ogni nuovo video/canzone riusciva a destare. Svanito l’effetto (in fondo, anche tentare di sorprendere ogni volta a breve non fa più notizia), svanita l’ammirazione.
Ed è quello che avviene puntualmente con l’attesissimo sophomore Nanda Collection: pur forte di un successo forse triplicato rispetto al debutto, manca al lavoro quel bilanciamento che lo avrebbe reso la naturale prosecuzione del suo predecessore. Alle canzoni (folli quanto si vuole, ma pur sempre canzoni) dello scorso album si sostituiscono infatti le loro forme deteriori: dove prevale l’aspetto propriamente pop, i ritornelli sono talmente triti e poveri da far sembrare quelli delle AKB48 di pregiata fattura (i due singoli Fashion Monster e Furisodeshon sono l’emblema di quanto appena scritto), mentre la voce di Kyary viaggia oltre il tollerabile, nella maggior parte dei casi. Quando è invece la novelty a voler dire la sua, quanto ne deriva è a dir poco sconfortante: Mi non soltanto figura in scaletta come la versione più baraccona di una Minna No Uta (già essa, una sfida alle capacità di sopportazione di molti), ma sfianca per la povertà e il passatismo di beat che non avrebbero avuto nulla da raccontare nemmeno dieci anni fa.

Altro che innovazione e rottura di barriere insomma: Yasutaka Nakata riprende gli stilemi che hanno fatto la fortuna della prima parte della sua carriera (e addirittura consente allo stupro di uno dei brani più famosi del suo repertorio coi Capsule, Super Scooter Happy), e li riutilizza pari pari, come se nel frattempo il mondo non si fosse spinto decisamente oltre. Spente marcette in chiave electro-pop prive di midollo, singhiozzanti ammiccamenti a scene oramai morte e sepolte da tempo (e basta con questo shibuya-kei!), una spasmodica ricerca della stranezza ad ogni costo; sarà anche un modo per consentire alla signorina di costruirsi una legacy per il futuro, di identificarsi sempre più col personaggio di cui veste i panni, ma la chiave del suo successo (sì, volendo pure artistico) era nella brevità del progetto, nello sventare un’ipotetica serialità.
Ma quando il denaro chiama (detto senza ironia, non vi è alcun processo alle intenzioni) è difficile resistergli, ed ecco quindi Nakata e il suo entourage dare il via al misfatto, e perpetuare con risultati già ampiamente pronosticabili un’esperienza nata come unicum. Poi per carità, i singoli dell’album possono costituire una rampa di lancio piuttosto utile, per chi volesse ripescare la lucida follia dell’esordio. Se però fossero motivo di annessione ad una via al pop già bella che morta, beh, non ci sono giustificazioni che reggano. Vada come vada, l’importante è che i Capsule non risentano dell’iperattività di Nakata; tutto il resto è noia, come direbbe Califano (pace all’anima sua).

Nel durante, ripeschiamo una Pon Pon Pon che è meglio, va’… Sigla!

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