Ascolto parallelo con ElFecondadòrDelPartenón #7: Wenu Wenu (2013) di Omar Souleyman

28 ottobre 2013 § Lascia un commento

Portate rispetto a quest’uomo come a Lou Reed da morto. O mi incazzo per davvero. Mi spiego meglio raccontandovi un’altra bella storia.

Ogni danza popolare fu creata con uno scopo: per esempio, in Italia meridionale, la tarantella e le sue varianti erano utili a chi veniva morso da una tarantola, affinché il veleno venisse espulso attraverso il sudore prodotto durante un ballo frenetico e insistito; in Medio Oriente, dove i tetti delle case erano fatti di paglia, legno e fango, la dabke serviva a coordinare il pestaggio del fango, affinché questo si compattasse e si solidificasse, ma viene ballata ancora oggi in occasioni felici, per festeggiare matrimoni, nascite e via dicendo. Nel 1994, in Siria, a uno di questi matrimoni, esordì Omar Souleyman che, accompagnato ogni volta dagli stessi musicisti, compreso il fido mago delle tastiere Rizan Sa’id, propone da allora un misto tra techno e dabke in brani cantati in curdo e arabo che possono durare tanto sei minuti quanto mezz’ora, che importanza ha? L’importante è ballare e divertirsi. Alla fine della festa, Omar regalava sempre agli sposi la musica eseguita quel giorno incisa su musicassetta (si parla anche di VHS), che prontamente veniva copiata tra amici e anche venduta presso le bancarelle; pare che sul solo Omar, autore di circa 500 incisioni, si basi l’intero mercato siriano del bootleg. Esagerato ma non impossibile.
Chissà come, Mark Gergis, che opera nella casa discografica Sublime Frequencies, scopre tutto questo e tra il 2007 e il 2011 ascolta quante più cassette possibile e opera una cernita che dà origine alle compilation Highway To Hassake del 2007, Dabke 2020 del 2009 e Jazeera Nights del 2010, anno in cui il nostro Omar comincia a essere notato e a fare concerti in tutto il mondo, registrati e “compattati” nel 2011 in Haflat Gharbia – The Western Concerts, mentre la Sham Palace pubblica su doppio LP quello che finora mi sembra ciò che serve per farsi un’idea completa di una sua esibizione: la cassetta originale Leh Jani, contenente una versione di mezz’ora della title-track divisa nelle due facciate del secondo disco. Damon Albarn tesse le sue lodi e lo chiama a collaborare con i Gorillaz; ad oggi, non è ancora uscito niente. Björk non si fa sfuggire l’occasione, gli fa remixare Crystalline e la inserisce nell’EP omonimo, l’opera meno rappresentativa di Souleyman ma la più utile al neofita, assieme alle due tracce di Rima, pubblicate nel 2012 su Bandcamp.
Ma non finisce qui: nientepopodimeno che Four Tet decide di produrre il suo primo album vero e proprio, quindi invita nel suo studio Omar, che ora abita in Turchia, e il fido Rizan Sa’id armato di Korg PA800 EX.

E proprio una settimana fa è uscito Wenu Wenu, l’album che, dopo una gavetta lunga quasi un ventennio, dovrebbe riverlarlo al mondo una volta per tutte; ma, prima di cominciare a parlarne, chiedo consulenza a chi, greco come un minotauro e siriano come Alessia Marcuzzi, sostiene di essere cresciuto con questo tipo di musica. Siccome l’ho definito “mitico (ma esistente)” e lui mi ha risposto “Seh, lallero”, chiederò ragguagli a un personaggio sempre più mitico (ma sempre più esistente), così impara.

ElFecondadòrDelPartenón: Beh, la musica greca ha ripreso moltissime tradizioni musicali dai suoi vicini, turchi e libanesi in primis, la Siria è nel mezzo alla fin fine.
DeReviùer: E delle contaminazioni techno che mi dici? Sono abbastanza frequenti?
EFDP: Dal 2000 in poi in Grecia è scoppiata la mania dell’electro-oriental: in pratica, hanno capito che esisteva anche l’elettronica, che poteva essere applicata al pop greco e ai modern laika senza grandi problemi, e giù di brani tunz tunz a conquistare le classifiche. Per cinque-sei anni è stata una moda fortissima e così l’elettronica, al di fuori dei club e delle discoteche, ha finito per contaminare un po’ tutto. Da anni è così anche in Siria, solo che le canzoni d’amor perduto di Souleyman donano al tutto un flavour molto antico.
DR: Quindi in ambito generale i brani parlano d’altro?
EFDP: Io so solo della Grecia, dove sono canzoni perfettamente pop, con testi perfettamente pop.
DR: OK, credo di avere abbastanza materiale. Che dici, cominciamo?
EFDP: Quando sei pronto.

Omar-Souleyman-Wenu-Wenu

[Wenu Wenu]

EFDP: “Wenu Wenu Wenu”, BARABABBAPIPPAPPÉRU (sì, ci ho marciato fin troppo su questo, ma andava scritto).
DR: [ride]
EFDP: E poi mi vengono in mente danzatrici del ventre…
DR: OK, tutto quel che non è cantato proviene da una tastiera.
EFDP: Sì, tutto tutto. Quando dicevo io che il tastierista è Dio, dovevi credermi.
DR: Ma questo era chiarissimo già da prima! Già nelle musicassette registrate con un sedano bollito e una stampante. Non so dove Four Tet possa aver messo mano, ma lui ha assicurato che ce ne ha messa poca.
EFDP: Il contributo di Four Tet è minimo, se non assente. Le parti vocali in questa parte del pezzo sono OLTRE!
DR: Tutto campionato, ovviamente.
EFDP: “OMO-HOMMO! OMO-HOMMOOOOOOOO-OMO-HOMMO!” Devo imparare il testo a memoria, ovviamente in arabo.
DR: Auguri.
EFDP: Grazie. Ho imparato testi in giapponese, non credo sarà questo gran problema con l’arabo. D’altronde, le h biascicone mi riescono bene.
DR: Neanche le mie sono male, però.
EFDP: Poi, c’è l’assolo prog di tastiera. DABKE-PROG! (scherzo, eh?)
DR: Tanto torto non hai: Rizan Sa’id *È* prog e non può essere altrimenti. Aggiungiamo che i suoni sono vecchissimi ed è giusto che lo siano.
EFDP: Ah, OK: credevo di scherzare su questo fatto, e invece…

[Ya Yumma]

EFDP: PIRUPIPPÙ PIRUPIPPÙ! E mi viene voglia di muovermi come una sfranta.
DR: Qualcuno potrebbe dire che si sente che è roba da matrimonio, io aggiungo che potrebbero esserci anche altri strumentisti, oltre a Rizan e Omar, il suonatore di tabla, per esempio. Poi dal nulla compare un saz che non sai se è una tastiera o un saz vero.
EFDP: A meno che anch’essa non sia suonata con la tastiera, perché nei suoi live il Soleimano è accompagnato soltanto da Sa’id.
DR: Non sempre: ho visto un suonatore di saz che ogni tanto posava il saz e prendeva la tabla.
EFDP: Ah, OK, vuol dire che mi sono documentato poco.
DR: Nel frattempo mi rimangio tutto: pare che siano stati accreditati solo due performers.
EFDP: Allora non avevo tutti i torti.

[Nahy]

EFDP: DABKE-FUNK! Tono vocale più basso.
DR: E ora pure i flauti campionati!
EFDP: DJ Shadow, famme ‘na pippa! Qua ti campiono pure i tuoi rutti. […] E pure echi di Charanjit Singh, ALÉ!
DR: Quello mi sembrava scontato, ma anche no: non si sente quel basso là…
EFDP: Ho scritto “echi” infatti: la cosa è molto evanescente, naturalmente.
DR: E per fortuna. […] OK, può pure essere che gli strumenti non siano campionati e siano suonati veramente da Rizan Sa’id.
EFDP: Difficile saperlo, se non si hanno credits più precisi.
DR: Basta, ho deciso: Rizan Sa’id musicista del nuovo millennio.
EFDP: Seh, mo’ non esageriamo. Grandissimo senz’altro, DIO quanto vuoi, ma è DIO tra gli DEI.
DR: Beh, certo che esageravo, però se uno si muove così tra una tonalità, la sua relativa maggiore (o minore, a seconda dei casi) E BASTA, suonando anche più strumenti… beh, sto zitto.
EFDP: No, per carità, è un grande.
DR: Resta poi ovvio che Souleyman è nessuno senza Sa’id.

[Khattaba]

EFDP: Ecco, con questo brano si entra nella tradizione di quelli che in Grecia si chiamano “amanès”, al plurale “amanedès”.
DR: Parlamene.
EFDP: Sono solitamente canzoni d’amore non corrisposto, di ritmo medio-basso, sostenute appunto da archi e da un tappeto percussivo sfumato. Di solito, è l’interpretazione dell’autore il punto focale.
DR: E questo, più che techno, mi sembra proprio pop.
EFDP: Infatti è pop, in Grecia è pop purissimo, tant’è che lo ascolti in radio, lo balli alle feste di paese, lo canti ai matrimoni.
DR: Porca puttana, in Grecia e in Siria stanno avantissimo. Qua invece dobbiamo ripulire fino all’inverosimile delle cose composte e suonate senza nerbo…
EFDP: Beh, è vero che spesso e volentieri le melodie sono trite e ritrite, eh?, e anche questa di Souleyman non mi sembra questa gran novità.
DR: Certo, non lo escludo.
EFDP: Sì, è anche vero che si tratta di uno stile molto tradizionale, quindi il fissismo stilistico è sua parte connaturata.
DR: E per questo stile, in America, vanno in visibilio perché proprio presso loro questa è una novità.
EFDP: Eh, sì. Io infatti non sono andato in visibilio, per me è riascoltare la storia di un caro amico, per quanto Wenu Wenu abbia un tiro pazzesco che in molti invidierebbero.
DR: Neanche io vado in visibilio perché so che non è una novità come può sembrarlo in Italia o sempre in America ma, tanto per cominciare, ho scoperto Rizan Sa’id. E poi mi sembra tutto di qualità, a prescindere da provenienza ed estrazione culturale, qualunque cosa significhi.
EFDP: Infatti, è roba di qualità: non c’è alcun retrogusto trash come in molti progetti consimili. Il Soleimano riversa il trash direttamente nei video.
DR: Infatti non lo trovo affatto trash!
EFDP: Beh, per molti questa roba è trash, gli sa di poracciata etnica fine a se stessa.
DR: Vabbe’, ma hanno cercato poco, mi sa.
EFDP: Oppure si ricordano di Punjabi MC, e il tutto assume connotati diversissimi.
DR: No, vabbe’, Punjabi MC era proprio poraccissimo, pure io posso fare i pezzi suoi, sinceramente.
EFDP: Eh, ma molti si ricordano di lui, purtroppo. Il massimo di etnico che possono concepire sono Noa e Youssou’n Dour.
DR: Figurati… Rispettabili, però…

[Warni Warni]

EFDP: E la conosciamo già, questa.
DR: ‘Sto pezzo è uno di quelli più tirati, mi sa.
EFDP: Questo mi sa che è il più tirato.
DR: “THE FAMOUS STAGE ENTERTAINMENT DANCERS”!
EFDP: CAPOLAVORO! E lui con la mano che ti invita ad avvicinarti.
DR: Talvolta porta solo il tempo, in quel modo.
EFDP: Ma le scene in cui cammina per strada non givando un fuck sono magnifiche.
DR: No, vabbe’, ha una flemma invidiabile.
EFDP: Come tutti gli Arabi, d’altronde: hanno imparato a prendersi il proprio tempo, per ogni cosa.
DR: Cazzo, che invidia…
EFDP: Problema del resto del mondo che non concepisce la cultura della lentezza, la Grecia ancora preserva un po’ di questo spirito. Credo l’avrai notato, quando ci sei andato in vacanza.
DR: Ah, senz’altro, ma mi sembra una cosa che dischi come questo sembrano oscurare.
EFDP: Beh, ma le feste sono un altro conto: ci si scatena, ci si diverte, ma sono una parte del tutto.
DR: Sì, ma questo disco mi sembra più di un disco per le feste, sinceramente: ci sono TROPPE cose a cui prestare attenzione.
EFDP: Ovvio, è una sorta di compendio, di summa.
DR: Appunto.

[Mawal Jamar]

EFDP: Un altro amanès.
DR: Magari, a sorpresa, ci troviamo un atabat, così.
EFDP: Eh?
DR: Nelle compilation che ho ascoltato, c’erano pezzi chiamati Atabat che non avevano altro titolo che questo e consistevano in recitativi stentorei su elettronica ambient e qualche sparuto assolo qua e là di strumenti qualsiasi.
EFDP: Aaah, OK. Beh, anche questo sarebbe considerato un amanès in Grecia, con strumenti diversi naturalmente, più affini alla cultura greca, ma pur sempre un amanès.
DR: Pur non avendo proprio ritmo?
EFDP: Qua non mi pare che non ci sia un ritmo, è pur lento, ma c’è.
DR: Sì, ma negli atabat di cui ti ho parlato non c’erano proprio percussioni, erano basi “free-form”, pura atmosfera, diciamo.
EFDP: Ah, allora no, il ritmo ci vuole.

[Yagbuni]

EFDP: E ci si avvia alla conclusione.
DR: Aggiungo: questo disco è l’orgasmo dei retromani.
EFDP: Sì, è DECISAMENTE l’orgasmo dei retromani
DR: E questo è il più “tradizionale” nell’andamento.
EFDP: Sì, ma anche no.
DR: Nel senso che sì, faccio techno ma ricordo anche da dove vengo, che non c’entra niente con la techno.
EFDP: Nel senso che no, presenta costrutti tanto tradizionali quanto gli altri brani.
DR: Ho anzi come la sensazione che Rizan sia la parte techno e Omar la parte dabke. Ogni tanto è come un tao, ma anche no ed è giusto così.
EFDP: È unione e distacco.
DR: Esatto! Porca miseria, questo disco sta diventando complessissimo! […] Assolo in solitaria e si ricomincia!
EFDP: Questo pezzo è fantastico, poi la funzione ritmica della tastiera pura di sotto…
DR: Quasi reggae.
EFDP: Non utilizziamo bestemmie. […] E ORA QUESTO CAMBIO? Ripeto, DABKE-PROG! C’è di tutto di più.
DR: Poliritmi!
EFDP: Poliritmi sempre molto presenti nella tradizione mediorentiale.
DR: Come ho sentito anche in Shahram Shabpareh.
EFDP: Yep, e li troverai in quasi tutti alla fine.
DR: Disco finito. Capolavoro. Punto. L’attitudine è più quella di un biglietto da visita che quella di un Leh Jani, ma chi se ne frega: questo disco oscilla tra quel che è e non è nel contempo, perché è techno ma anche no, è folk nel senso stretto del termine ma anche no. E possiamo continuare all’infinito: è geniale ma anche no, è una novità ma anche no…
EFDP: Beh, è giusto anche farsi conoscere da un pubblico poco avvezzo, che magari va in brodo di giuggiole per schifezze come l’ultimo degli Arcade Fire. Mi sembra il disco più adatto a tale funzione, sempre sospeso tra due estremi, mai seriamente pendente verso uno o l’altro.
DR: Per me è un sette e mezzo.
EFDP: Per me un 7, vediamo poi, lo voglio riascoltare.
DR: Perché siamo seduti cicci cicci a casa: in pista, con i brani giusti, potrebbe diventare 8. Ma potrebbe esserlo già adesso per il rispetto che nutro per l’uomo, uno che veramente si è fatto IL MAZZO.

Ancora non vi siete fatti un’idea? E va bene: sigla!

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