“Dio è morto, viva Dio”: Abu Lahab

24 settembre 2013 § Lascia un commento

ablhb

Vi è mai successo di odiare la musica in generale per qualche motivo, tanto da volerla vedere annullata in qualche modo? Senza una ragione in particolare, talvolta anche per colpa di qualcuno, a me succede spesso. In casi come questi, cosa fare? Dove e come rifugiarsi? Il grindcore e l’industrial, nemici dichiarati della musica, sono sufficienti all’uopo?

Il (collettivo) marocchino Abu Lahab prende il nome dallo zio di Maometto che osò contraddire suo nipote e fu maledetto da questi nella sura 111 del Corano. Non si sa niente su di lui (per comodità lo indicheremo come un solista), tranne che esordì nel 2000 con un altro nome che fu costretto a cambiare affinché la sua vera identità non fosse collegata a segni ed elementi anti-islamici che nelle sue prime demo non sono riuscito a rintracciare o semplicemente non ho trovato così eclatanti, pur sapendo cosa è costato a Andy Luotto imitare un arabo (informatevi). Ammetto che la realtà oltre Gibilterra non mi vede molto preparato o comunque non così religioso (anzi, proprio per niente) ma, diversamente da chi come noi preferisce liberarsi delle sue pene ricorrendo direttamente alla bestemmia reiterata fino a farle perdere valore (bestemmia is the new punk), il nostro è riuscito a centellinare (o comprimere?) la sua (tanta) frustrazione in demo, EP, mini-album e altre pubblicazioni a bassa fedeltà tutte disponibili in MP3 a vari bitrate, scaricabili gratis da internet ma difficilmente rintracciabili, che raramente superano la mezz’ora di durata ciascuna. Quando la frustrazione è vista addirittura come una malattia, potete immaginare cosa vi aspetta. Poi non venitemi a dire che odio ogni religione.

whenthefaceDicevamo, nulla si sa su di lui, nemmeno cosa sia successo tra il 2000 e il 2010 e cosa l’abbia portato in quell’anno a rilasciare When The Face Of The Lord Is Split Asunder, una messa nera dark ambient in sei movimenti free form portata avanti da chitarre distorte, sintetizzatori assordanti, intermezzi di parlato (presumo preghiere) in arabo (altra ipotesi) rimodulati e coperti da feedback, suoni elettronici nuclearmente sintetizzati come nella colonna sonora di un videogame difettoso, urla e campionamenti filtrati a tal punto da non rendere distinguibili un coro dal rumor bianco, un poppante che vagisce da un adulto che urla di terrore, nel probabile tentativo di ammiccare a certo nichilismo beckettiano che dà più importanza a nascita e morte che al resto della vita. La tensione si fa più palpabile negli otto minuti della suite As Daylight. The Beneficent Creeps In, dove ciascuno strumento ripete in crescendo la propria frase sempre uguale a se stessa su un ritmo che non muta, interrotto solo da bisbigli, ignari muezzin e affanni comatosi sempre più frenetici prima del buio e del finale pseudo-swing synth-orchestrale al rumor bianco di Hastening Toward The Zaqqum.
conversiGli ingredienti non cambiano in Conversi Ad Dominum, uscito nello stesso anno: il minuto e mezzo di Hellish Spheres ci conduce ai percolati armonici, ai synth-bassi tortuosi e ai ritmi simil-jungle di Izraak Rbbi Ibogd, al salmodiare in clipping di Mephitic Asymmetric Halos, alle mitragliate black metal sintetiche à la Atari Teenage Riot di Eyeless Gaze, ai nastri stropicciati di Inverted Alchemical Gnosis e alla marcia funebre per strangolatori di Anoint My Deciduous Soul.

chastenedIl nostro si rivela artigiano prolifico anche negli anni successivi, segnati da un quasi accantonamento degli stilemi dark ambient a favore di più frenetici ritmi black metal e suoni industrial, quasi come a voler recuperare in fretta e furia i dieci anni perduti tra il primo moniker e l’attuale.
In As Chastened Angels Descend Into The Thoracic Tombs, tutte le personalità del paziente Abu Lahab si riuniscono in preghiera in quella che nella prima metà sembra un’estensione dei concetti espressi in Eyeless Gaze, con inserti jungle in To Stab A Pregnant Sun e l’ite missa est harsh-noise della coda demoniaca Bismih.
illuminatedIn He Who Is Illuminated With The Brightest Light Will Cast The Darkest Shadow, la durata dei brani aumenta verso la metà dell’opera per poi ridiminuire verso la fine; le estremità vengono acuite, i volumi si fanno più alti, l’effetto Larsen più stordente (Ring Loud Thy Fatal Carillon), i suoni più soffoca(n)ti, le improvvisazioni meno marcate, gli stop’n’go più frequenti (spazio per l’ironia?), i ritmi più techno (God-Destroyer! God-Begetter!), la narrazione più chiara e le ambientazioni meno demoniache, più industriali e (passatemi il termine) liquide, come nelle tracce più lunghe: From Dead Stars Wast Mine Image Made e Meet Me Beneath The Black Noon Sun, con percussioni che sembrano uscite da un tracker per Game Boy.

Nel 2012, le uscite diventano tre.
mothsLa rilassata suite in tre movimenti Moths From The Silver Reich segna un ulteriore cambio di rotta, nella durata ridotta e nelle atmosfere qua e là stranamente meno rumorose e più ariose, apparentemente tranquille, anche se malattia e demenza sono dietro l’angolo, soprattutto negli ultimi due movimenti, Grasp The Abyss With Petrified Palms e The World Is A Sea Of Blood.
La bipolarità di webeheldWe Beheld The Last Contraction Of The Seraph chiarisce a tutti, se mai non fosse stato chiaro prima, che non abbiamo a che fare con un improvvisatore: And No Health Was Left In Us è ambientata in una discoteca dove si balla a ritmi cingolati al cardiopalma e ci si riposa solo per sentire voci, soffrire e urlare di dolore, prima di rallentare i tempi e raggiungere un orologiaio matto e i suoi mastini in Sharpen The Tooth Of Thanatos, salvo poi far impazzire le chitarre e altri demoni nei nove minuti di marcetta infernale di Levitation Of The Gravida, prima di calmarsi di nuovo per poi ricadere nelle torture marziali di Agony Of A Hatching Eye e permettere alla “salmodiante” Gyrosophism Indrafna di sigillare la processione militare.
humidlimbsA quest’album in qualche modo si riallaccia il più bipolare, ma stranamente omogeneo nel suo essere il lavoro più ricco di ingredienti, Humid Limbs Of The Torn Beadsman, ritenuto da molti il capolavoro di Abu Lahab che, più conscio dei suoi mezzi e acquistato maggior controllo sui suoi scatti d’ira, ci propone l’ennesima scampagnata all’inferno tra la drum machine impazzita di Carve Hope Out Of Their Bellies e quella swing-eggiante di Burden Of Senses che annega tra (non-)melodie distorte e vocalizzi angelici, tra i poliritmi simil-hip-hop di Jeed II e le atmosfere death-jazz (?!) degli stop’n’go di Dissolution, con il suo synth à la Volo del calabrone e il suo muezzin sofferente, tra il declamare di Apathy Chord, che decresce fino a diventare ninna nanna, e l’illbient amniotico di Cope With The Third Eye, che si concede a ripetizioni minimaliste free-jazz prima di riaffilarsi in Thanatos Persists e assopirsi nel finale à la Lili Marlene.

supplicationDel 2013 sono i tre quarti d’ora di Supplications Of The Last Gyrosophist, finora l’album più lungo della sua carriera, diviso in cinque lunghe tracce. Come al solito, nessuna concezione al formato canzone, ma qualcuna viene fatta, come pure fu fatta nel precedente album, a ripetizioni reiterate, stratificazioni più semplici e toni meno duri, come se Hayenomorphic dettasse l’ordine del giorno e ponesse la rassegnazione laddove c’era frustrazione, l’abitudine alla violenza sostituita alla violenza stessa. Poco da dire sul resto della scaletta, dove la ripetizione annulla la tensione e Godot continua a latitare tra declamatori apatici, distorsioni e tribalismi ammorbiditi.

È vero, non abbiamo a che fare con un Maurice De Jong e con i suoi millefoglie di rumori, campioni e orchestre ma, pur non condividendo la sua cultura e il suo gusto per lo sfottò (vedi qui e qui) e soprattutto senza sminuirlo, Abu Lahab si distingue per un insistito isolazionismo à la Aphex Twin che, ci scommetto, è per lo più dettato dalle circostanze in cui vive e in cui pensa. Le sue composizioni possono sembrare delle demo poco esaltanti dei Nine Inch Nails o comunque nulla di eclatante rispetto ad altri nomi più noti e altisonanti, ma provate voi a portare, che ne so, i Gorgoroth a Casablanca.
Io penso che meriti rispetto a prescindere, e voi? Non gli volete bene almeno un po’? Allora fate una cosa: chiedete la sua amicizia su Last.fm, si sentirà molto meno solo. Magari ci consegnerà un Moths From The Silver Reich II

Abu+Lahab+DSC02557++edit01

Oggi non mi va di mettere la sigla, perché tutti gli album sono scaricabili, ma se proprio insistete…

Tag:, , , , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo “Dio è morto, viva Dio”: Abu Lahab su DeReviùer.

Meta

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: