Il duro tirocinio dell’aspirante chirurgo maxillo-facciale: A Nose Has Many Jobs (1994) dei Crown Roast

4 settembre 2013 § Lascia un commento

Il rumore ed il gioco mi attraggono ancora come se fossi un bambino. (Uochi Toki, traccia 7 dell’album omonimo)

"Attenti, ha un naso!"

“Attenti, ha un naso!”

C’era una volta in Texas, precisamente nella città di Austin che diede i natali a Jesus Lizard, Ed Hall e 13th Floor Elevators, un trio chiamato Rig, che registrò nel 1993 il singolo Warthole, distribuito dalla Unclean Records e tra i favoriti di John Peel, e poi cambiò nome in Crown Roast – ospitando ogni tanto un quarto componente – e del quale ancora oggi nessuno sa alcunché, tranne che qualcuno è andato a far parte degli Shit And Shine. Avevano sempre i distorsori a mille e facevano quella musica rumorosa che presumo fosse la norma nell’ambiente underground americano di inizio anni ’90, giacché nessuno li innalza a capo di chissà quale movimento o stile o che altro. Infatti ancora oggi nessuno li caga più di tanto, tranne quei pochi che dicono che dal vivo erano tutt’altra cosa rispetto ai dischi cioè veramente una cosa assurda dovevi stare lì per capire che te lo dico a fare peccato che te li sei persi. Però dei concerti in generale non me n’è mai fregato nulla: se dal vivo suoni delle canzoni di merda, il concerto vale qualcosa? Quindi perché comprare un concerto a scatola chiusa quando puoi trarre altre conclusioni dal disco?


Sempre per la Unclean, fecero un solo album nel 1994, intitolato A Nose Has Many Jobs, storicamente ininfluente, quasi mai preso in considerazione da pubblico e critica per fare un punto della situazione, eppure è un documento prezioso quanto gli altri suoi contemporanei. Intrappolato tra i Sonic Youth convertiti alla forma canzone e gli psicodrammi à la Unwound, A Nose Has Many Jobs ripercorre strade mille volte percorse nella decade precedente da hardcore e noise senza proporre novità, ma allora perché ne parlo?
Il perché l’ha chiarito Morricone, scoprendo l’acqua calda, in un’intervista che non so rintracciare: il temperamento equabile a 12 suoni per ottava e il manuale d’armonia permettono un insieme limitato di costrutti e combinazioni armoniche, quindi ben vengano i romantici; ma poi magari finiscono i costrutti, allora ben venga la dodecafonia, con il rischio della dissonanza; quando poi ci saremo abituati alle dissonanze e magari finiremo pure quelle, ben venga il rumore. Pensate che ai Crown Roast fregasse qualcosa di questo tipo di ricerca? Nemmeno io: la scena noise esisteva da troppi anni attorno a loro perché non ne fossero in qualche modo condizionati. Quindi, l’ambiente è una scorciatoia per la ricerca? E vale sempre? Boh? Ma la ricerca ha sempre importanza, in casi come questo? No.
Il disco è come ci si aspetta che sia, una decade dopo la necessità dell’estremismo: una decina di schizzi noise nemmeno tanto estremi e sparati a mitraglia, con chitarre urlanti e neanche tanto incoerenti a volume 11, testi urlati a squarciagola ma indecifrabili in mezzo a quel rumore, batteria che non ha lo stesso suono in tutti i brani, qualche tentativo di fare una canzone qua e là, partenze (neanche tanto) false, qualche parentesi stoner (Grubworm) e qualche sclero sparso a riempire gli spazi vuoti (il falso finale di Lipgloss, il tribalismo percussivo di Stampede).
Dopo la stessa Warthole presentata come singolo sotto l’altro moniker, a proposito di stoner, in questa scorribanda troneggia la cover di Practicing To Be A Doctor: ciò che era cazzeggio in un loop di poco meno di cinque minuti in mano a dei fattoni a nome Strangulated Beatoffs diventa devastante esercizio di tortura che il quartetto Crown Roast infligge ai propri strumenti per sette minuti e mezzo, dieci anni prima che quegli spiritosoni degli Shit And Shine presentassero un monolite di trentacinque minuti suonato da sei batteristi, due bassisti, un addetto agli effetti sonori e un corista gregoriano pentito.

L’anno successivo escono due EP che non si discostano più di tanto dalla loro linea di condotta e che fanno sfiorare l’ora di durata alla discografia completa: il primo si intitola George, esce sempre per Unclean Records e contiene tre pezzi tra cui Enemy, una cover dei Drunks With Guns a sua volta contenente i semi delle sonorità degli Shit And Shine; altri quattro pezzi sulla stessa lunghezza d’onda formano il secondo, Three Course Meal, uscito per Little Deputy Records.
Magari, in altri decenni, A Nose Has Many Jobs sarebbe stato salutato come un capolavoro, se non come uno spartiacque tra una cosa e qualche altra. Al di fuori del contesto, soprattutto oggi, potrebbe benissimo essere definito un capolavoro. ‘Sti cazzi, mi diverte, lo riascolto volentieri e ne esigo la ristampa, anche perché non è che gente come quella se la passi sempre bene, eh?, soprattutto dopo…

A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino. (Pablo Picasso)

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