Amarcord da ritorno #2: Nail (1985) di (Scraping) Foetus (Off The Wheel)

29 agosto 2013 § Lascia un commento

Ve lo ricordate cosa dissi all’inizio dell’articolo precedente? Beh, continuiamo con Nail di Foetus.

Guarda qua, hai una vasta gamma di modelli con cui ammazzarti.

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Il polistrumentista James George Thirlwell, punk australiano emigrato prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti, meglio noto con il mononimo Foetus, è uno dei più grandi compositori del nostro tempo. A testimoniarlo sono una decina di album e svariati progetti, ma principalmente la trilogia iniziata nel 1984 con Hole e terminata con Thaw nel 1988 quando, continuando a rilasciare come sempre album intitolati con un monosillabo di quattro lettere (come facevano i Jesus Lizard), cambiò il proprio pseudonimo in Foetus Interruptus. Sì, perché in vent’anni e più di carriera ha cambiato nome d’arte più volte: You’ve Got Foetus On Your Breath, Foetus Under Glass, Foetus Over Frisco, Foetus Interruptus, Foetus Corruptus, Foetus Inc., Phillip And His Foetus Vibrations, sto citando a memoria. Già nel meraviglioso Hole, pubblicato sotto la ragione sociale Scraping Foetus Off The Wheel, componeva partiture apocalittiche e multistrato come quelle di Clothes Hoist, la geniale I’ll Meet You In Poland, Baby e Water Torture, cantava di Olocausto, violenza e degrado e contaminava i più disparati canoni musicali, da quelli punk a quelli swing, con la sua personalità “industriale”.
Non cambia firma nel 1985 quando fa pubblicare Nail, suo capolavoro concettuale nel quale “tortura” anche la musica sinfonica, a testimoniare la sua passione per Richard Wagner.
Già a partire dall’ouverture Theme From Pigdom Come si capisce che abbiamo a che fare con uno che sa il fatto suo. Per il resto dell’opera ci troviamo ad affrontare un viaggio in una realtà completamente disumanizzata, ma per volontà degli stessi umani: diversamente da quanto succede in un Reproduction a caso degli Human League, non sono le macchine a trionfare ma il male, prerogativa esclusivamente umana. Macchine, vi siete salvate in corner.
Foetus canta (il suo berciare è frutto di troppo studio per poter essere definito solo un latrato) di sofferenza, di omicidio di massa, di sterminio, di alienazione, cita e scherza qua e là con Timothy Leary, Shakespeare, la favola del fagiolo magico. Accelera i ritmi impercettibilmente (The Throne Of Agony), organizza parti soliste per lamiere, orchestra motori in accensione, locomotive e bidoni (Enter The Exterminator), inanella poliritmi su tempi difficilissimi (Pigswill), assembla brevi, rumorose partiture concrete (Private War), ma cede spazio anche a un sinfonismo romantico degna di nota (qualche intermezzo qua e là, più tutto quello che reca un titolo che finisce con Pigdom Come), prima di un finale superomistico ma, dato l’argomento e il tono del discorso, inevitabile (Anything [Viva!]). Tutto questo compresso in quaranta minuti di composizioni di alta qualità, complesse, curatissime, al limite della cacofonia ma mai scontate o gratuite.
Album violenti e nel contempo raffinati e creativi come questo, purtroppo, non se ne presenteranno più. A dimostrare il valore di questo artista è l’eredità lasciata ad altri artisti come Trent Reznor, la mente dei Nine Inch Nails. A dimostrare che abbiamo a che fare con un artista d’avanguardia, e quindi almeno per definizione e per propria missione avanti con i tempi rispetto agli altri, è il fatto che sia possibile, come in questo caso, coniugare tradizione sinfonica e sperimentazione terrorista per leggere il futuro della musica, per attentare a quel poco che abbiamo di certo e tenerci svegli sul serio. Almeno per ascoltare la sigla:

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