Amarcord da ritorno #1: due paroline sulla saga di Smile (1967/2004/2011) dei Beach Boys

28 agosto 2013 § Lascia un commento

In questa e tre uscite a seguire, in attesa di miglior ispirazione, vi presenterò delle recensioni scritte nel 2006 che, non volendo disporre allora di un archivio dei miei scritti e contrariamente a ogni previsione, sono riuscito a ri-scovare su un forum che saltuariamente frequentavo in quel periodo, quand’ero ancora giovane e ingenuo. O forse solo ingenuo. Ma sì, magari proprio un coglione.
Improvvisai anche una monografia sui Pink Floyd (ne andavo matto alle medie e mi chiedo ancora perché) e un’altra sui Residents (molto di parte, nient’affatto critica e neanche tanto completa, oltre che basata sulla sola fase cosiddetta “classica” e poco altro della loro discografia). Queste monografie non vi saranno presentate perché, oltre che provenire da un passato remoto, fanno veramente schifo al cazzo.
Ho riveduto e corretto le recensioni perché si adattassero al nuovo formato e all’occasione. E anche perché sono cambiate delle cose. E anche perché sono un debosciato del cazzo. E magari anche perché ho cambiato idea. Ora è il turno di Smile dei Beach Boys.
Perdonatemi e buona lettura.


Sorridete!

Sorridete!

Una volta, tanto tempo fa, Brian Wilson, componeva e suonava il basso nei Beach Boys, che includevano anche i suoi due fratelli Dennis e Carl, il cugino Mike Love (un pezzo di merda come pochi) e Alan Jardine, uno che passava di lì.
Iniziarono con il pop che conosciamo tutti di I Get Around, Barbara Ann, Surfin’ USA e via dicendo ma poi, un bel giorno, Brian pensa: “Ma chi voglio prendere per il culo? A chi voglio far credere che sono un tipo da spiaggia?”. Questa fu la genesi della rivoluzione che portò alla composizione e alla realizzazione di Pet Sounds del 1966, un’opera che permise al nostro Brian di assecondare la sua ossessione per il “muro del suono” di Phil Spector (un produttore geniale ma pericoloso per sé e per gli altri). L’album, mixato in mono (vuoi perché Brian sente solo da un orecchio, vuoi per questioni pratiche), rispetto ai precedenti vendette poco, ma ora è acclamato in tutto il mondo, tanto che i contemporanei Beatles sostennero di aver trovato in più occasioni ispirazione in quell’album.
Poi, un altro bel giorno, Brian si disse: “Ancora non mi basta.” Così pensò a una vera e propria impresa, che da ora in poi chiameremo per comodità con il suo nome: Smile, nel quale album riunire pressoché tutto lo scibile sulla cultura statunitense, con l’aiuto di Van Dyke Parks, un nerdone pronto a scrivere testi surreali e pieni di riferimenti, vedendo egli in tutto ciò una mezza occasione per emergere da un semi-anonimato da turnista/produttore/arrangiatore. Era il 1967, in un qualche modo bisognava contrastare i Beatles, che stavano per pubblicare (se non l’avevano già fatto) Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Fece sentire i nuovi pezzi ai suoi fratelli, a suo cugino e a quell’altro povero cristo che gli dissero: “No, guarda, tu sei pazzo!” Il cugino in particolare, intervistato a proposito, disse: “No, ma io l’avevo detto che era fuori, ma che è ‘sta merda?” Però si andò avanti lo stesso, con le registrazioni che si fecero sempre più complesse, articolate, difficili, pazze, tra marijuana e hashish, orchestre e cappelli da pompiere, cori e oggettistica varia. Alla fine Brian cadde in depressione, Van Dyke Parks si tolse dalle mazzate e registrò Song Cycle, album che vendette talmente poco che riuscì a coprire le spese di studio dopo tre anni, con tanto di lamentele dalla Warner. Se non l’avete ascoltato, vi meritate il rapper Moreno, altroché.
Ad ogni modo, con Smile, non si riuscì ad andare avanti, tutto il lavoro fu interrotto. La Capitol pensò: “Oh, noi si dovrà pure mangiare!”, e misero in commercio Smiley Smile, nel quale era riunito quel po’ di finito e quel parecchio di incompleto che i Beach Boys avevano di Smile. I Beach Boys non furono interpellati a tal proposito. Era la fine: il gruppo praticamente non faceva più niente, Brian era sempre più depresso, rimaneva a letto giorni interi, mangiava a non finire e diventò obeso.
Le cose diventarono ancora più tristi: Carl Wilson, con tutto che era un “beach boy”, morì annegato nell’83. A un certo punto, Brian disse: “OK, ora può bastare!”. Con l’aiuto di vari dottori, cercò di recuperare il tempo perduto, di perdere chili e rimettersi in forma. E fece tutto egregiamente, appena in tempo per rientrare nello show-business da solista, nel 1988, con un album omonimo. E tutti furono più sollevati e più contenti, ma rimaneva ancora un buco: Smile, che divenne un album leggendario pur non essendo mai stato terminato. Sì, esistevano dei bootleg, ma erano sempre dei bootleg, non so se rendo l’idea. Nel 1998, muore Carl Wilson di cancro.
Poi, un bel giorno del 2004, Brian pensa: “Aspetta, forse ho dimenticato qualcosa!”. E, miracolo!, riascolta i nastri di Smile, decidendo di portare a termine quella grande impresa. Riuscendoci. Utilizza le stesse apparecchiature che usò per il primo tentativo, gli stessi studi. Stavolta, diversamente che nel ’67, è tutto stereofonico e si sente da Dio.

Ho detto "Sorridete!", cazzo!

Ho detto “Sorridete!”, cazzo!

È un album in cui gli anni si sentono tutti ma, volendo, si rivela modernissimo, forse addirittura avanti per noi ascoltatori del presente, figuriamoci cosa poteva essere nel 1967! È un album multisfaccettato e fantasioso, che non scade nell’effetto revival o nell’operazione nostalgia, un’opera dalle molte sfumature: dal gospel surfistico di Our Prayer al collage orchestral-corale di Heroes and Villains (forse il capolavoro dell’opera), dal mini-divertissement di Barnyard alla rassegnazione-presa di coscienza di Surf’s Up, dai concretismi “spicci” di Vega-Tables (dove vengono suonate delle vere verdure: si emettono suoni mentre le si masticano) al finale già noto a tutti di Good Vibrations, riregistrata per l’occasione.
L’aggettivo “popolare” è decisamente inadeguato in questo caso: si presentano a noi composizioni raffinatissime, facili ma non semplici, i segni e i rimandi ad altri rimandi sono infiniti, sparsi qua e là. Questa “sinfonia infantile a Dio” (parole di Wilson) è riuscita letteralmente ad andare oltre il suo tempo, essendo stata consegnata a noi con trentasette anni di ritardo, ma almeno io che ne ho aspettati molti di meno mi sono divertito. Poi può non essere opera di genio, può essere sopravvalutato quanto volete, ma la fatica si sente tutta senza farsi sentire. Se ascoltate, capirete cosa intendo.

La storia non finisce qui: nel 2011 esce a nome dei Beach Boys The Smile Sessions che su CD, o su doppio CD, o su quintuplo CD con 4 vinili, usa le registrazioni originali del 1967 per ricostruire la scaletta dell’album sulla falsariga di quella del 2004 di Brian Wilson, almeno nel primo CD poiché negli altri quattro ci sono singoli, inediti, scarti di registrazione, cazzeggi vari. Mike Love, la merda, firma la sua seconda condanna a morte dicendo: “Eh, ma io l’avevo detto che sarebbe uscito fuori un capolavoro!”. Rimette insieme quel che è rimasto della banda e va in tournée. Poi scioglie tutto e torna da solo, lasciando tutti gli altri sbigottiti: “Ma come?! Stava andando tutto bene!”. Vi prego, individuatelo e uccidetelo. Con il sorriso sulle labbra, se possibile, mentre ascoltate la nostra… sigla!

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