Amarcord da ritorno #4: Works for Prepared Piano (1998) di John Cage

31 agosto 2013 § Lascia un commento

Voi preparate i pianoforti e io me la rido.

Voi preparate i pianoforti e io me la rido.

OK, facciamo subito il punto: se non ci fosse stato questo tizio qui, non ci sarebbe stato praticamente niente, oggi. Non avremmo avuto i gruppi industrial, non avremmo approfondito il discorso dell’elettronica in musica, non avremmo pensato la musica in altri termini, non avremmo Aphex Twin (per dirne uno), non avremmo un vocabolario musicale esteso come lo è oggi e numerosi compositori probabilmente si sarebbero sempre più chiusi in loro stessi.
John Cage (1912-1992) era un allievo di Arnold Schönberg, forse il primo compositore ad abbracciare la tecnica di sviluppo dodecafonica, il quale gli rimproverò di non avere il minimo senso dell’armonia, “Avrai a che fare con un muro che non potrai scavalcare”, gli disse. E Cage rispose: “Allora passerò il resto della mia vita a sbattere la testa contro quel muro.” « Leggi il seguito di questo articolo »

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Amarcord da ritorno #3: Fantasma (1997) di Cornelius

30 agosto 2013 § Lascia un commento

Keigo Oyamada, fino al 1991, faceva parte dei Flipper’s Guitar, un duo di musica Shibuya-kei, un genere che combina jazz, bossa nova e musica tradizionale, nato nel quartiere Shibuya di Tokyo e diffusosi poi con successo in tutto il Giappone. Dopo quest’esperienza, forse anche perché l’etichetta di artista Shibuya-kei gli stava stretta, Oyamada intraprende la carriera solista con lo pseudonimo Cornelius, omaggiando un personaggio de Il Pianeta delle Scimmie. Dopo due album (The First Question Award del 1994 e 69/96 del 1995) e vari remix, si arriva al 1997 con il suo album più famoso e forse anche più bello: Fantasma.

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Amarcord da ritorno #2: Nail (1985) di (Scraping) Foetus (Off The Wheel)

29 agosto 2013 § Lascia un commento

Ve lo ricordate cosa dissi all’inizio dell’articolo precedente? Beh, continuiamo con Nail di Foetus.

Guarda qua, hai una vasta gamma di modelli con cui ammazzarti.

Guarda qua, hai una vasta gamma di modelli con cui ammazzarti.

Il polistrumentista James George Thirlwell, punk australiano emigrato prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti, meglio noto con il mononimo Foetus, è uno dei più grandi compositori del nostro tempo. A testimoniarlo sono una decina di album e svariati progetti, ma principalmente la trilogia iniziata nel 1984 con Hole e terminata con Thaw nel 1988 quando, continuando a rilasciare come sempre album intitolati con un monosillabo di quattro lettere (come facevano i Jesus Lizard), cambiò il proprio pseudonimo in Foetus Interruptus. Sì, perché in vent’anni e più di carriera ha cambiato nome d’arte più volte: You’ve Got Foetus On Your Breath, Foetus Under Glass, Foetus Over Frisco, Foetus Interruptus, Foetus Corruptus, Foetus Inc., Phillip And His Foetus Vibrations, sto citando a memoria. Già nel meraviglioso Hole, pubblicato sotto la ragione sociale Scraping Foetus Off The Wheel, componeva partiture apocalittiche e multistrato come quelle di Clothes Hoist, la geniale I’ll Meet You In Poland, Baby e Water Torture, cantava di Olocausto, violenza e degrado e contaminava i più disparati canoni musicali, da quelli punk a quelli swing, con la sua personalità “industriale”. « Leggi il seguito di questo articolo »

Amarcord da ritorno #1: due paroline sulla saga di Smile (1967/2004/2011) dei Beach Boys

28 agosto 2013 § Lascia un commento

In questa e tre uscite a seguire, in attesa di miglior ispirazione, vi presenterò delle recensioni scritte nel 2006 che, non volendo disporre allora di un archivio dei miei scritti e contrariamente a ogni previsione, sono riuscito a ri-scovare su un forum che saltuariamente frequentavo in quel periodo, quand’ero ancora giovane e ingenuo. O forse solo ingenuo. Ma sì, magari proprio un coglione.
Improvvisai anche una monografia sui Pink Floyd (ne andavo matto alle medie e mi chiedo ancora perché) e un’altra sui Residents (molto di parte, nient’affatto critica e neanche tanto completa, oltre che basata sulla sola fase cosiddetta “classica” e poco altro della loro discografia). Queste monografie non vi saranno presentate perché, oltre che provenire da un passato remoto, fanno veramente schifo al cazzo.
Ho riveduto e corretto le recensioni perché si adattassero al nuovo formato e all’occasione. E anche perché sono cambiate delle cose. E anche perché sono un debosciato del cazzo. E magari anche perché ho cambiato idea. Ora è il turno di Smile dei Beach Boys.
Perdonatemi e buona lettura.

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