American Beauty (1999) di Sam Mendes

16 luglio 2013 § Lascia un commento

"Ho finito i vibratori, ma non ditelo a mamma."

“Ho finito i vibratori, ma non ditelo a mamma.”

Federica e basta mi ha ricordato quante volte mi vengono poste domande del genere: “DR, DR, mi trovo in difficoltà: stasera esco con una ragazza laureata al DAMS e voglio fare colpo su di lei. Io punterei su qualcosa che critichi l’alta borghesia e cose così, sai com’è. Hai qualche dritta da darmi?”
Beh, ho delle alternative che dipendono da chi mi chiede una cosa così: se mi sei simpatico, ti consiglio Il fascino discreto della borghesia; se mi stai sul cazzo, ti consiglio Il settimo continente di Haneke; se sei un mio amico, te li consiglio entrambi. Oppure sei un cretino che ha bocca buona (e vuole la chiavata sicura): in quel caso, American Beauty va benissimo per entrambi i sessi.

Perché nonostante tutto ammiro Sam Mendes. Sul serio, lo ammiro come si può ammirare Craxi: gli è bastato orchestrare un solo film con poche cose per metterlo nel culo a tutti.
Nato come regista teatrale, Mendes si dà al cinema su consiglio di Judi Dench che, per carità, gli ha parlato in buona fede, pur ignorando che i registi teatrali, dai tempi di Zeffirelli, sono contro il progresso del cinema, ammesso che si possa chiamare progresso. Perché uno pensa che alla fine il cinema ha un rapporto di filiazione diretta con il teatro, quindi alla fine… Alla fine un cazzo, stai tornando indietro, perché qualcuno ha scoperto che il cinema è tutt’altra cosa. Voglio dire, Shakespeare scriveva per teatri senza scenografia e usava lunghe e dettagliate descrizioni per sopperire alla mancanza, giusto? Bene, allora perché davanti a un tramonto (cazzonesò…) fai dire al personaggio: “Ecco il disco di rame che si staglia nel cielo ross-“, lo vedo, stronzo! A Orson Welles, che si stava facendo il mazzo quadrato per girare Otello, questa cosa era chiarissima, sedici anni prima che fosse girato Romeo e Giulietta.
L’intelligenza di Kenneth Branagh è nell’aver girato Hamlet senza neanche provare a fare cinema, lavorando di lima su vari aspetti ed evitando di mostrare il descrivibile. Sam Mendes ha invece capito che potevi dilatare certi tempi, assumere un bravo direttore delle luci e dei bravi attori o uno solo che sovrasti tutti, fare sfoggio di qualche tetta artistica con la scusa della purezza a tutti i costi, filosofia spicciola, qualche allucinazione qua e là, una colonna sonora ambient à la Brian Eno che si alterna a pezzi di gente alternativa ma non troppo perché qualcuno può pensare che stiamo osando troppo (i Beatles costano ancora troppo, facciamoli rifare a Elliott Smith) per mettere in saccoccia lo status di autore, cinque Oscar e Kate Winslet, l’Attrice-Che-Può-Tutto.
Senza volerne fare una questione solo di tempi, canoni e ambienti, passiamo a forma grezza e sostanza. Non che ci sia molto da dire.

In questa versione furba, studiatissima, ipocrita, pisciasotto e conformista ai limiti del bigottismo di Happiness di Todd Solondz (che ha osato veramente e vanta una sceneggiatura tra le migliori degli ultimi vent’anni), creata al frullatore mescolando in parti uguali Viale del Tramonto, Il fascino discreto della borghesia, Lolita e Velluto blu, ambientata nella provincia americana che più bianca non si può, Kevin Spacey ne ha talmente piene le palle che regredisce a uno stadio adolescenziale, ricomincia a fumare marijuana, litiga con la moglie e comincia a pensare che l’amica della figlia sia della misura giusta per il proprio pisello, almeno per svuotare le palle da non ho capito cosa, con tanto di fantasie masturbatorie a base di rose (di varietà “American Beauty”, prevedibile dai tempi dei Grateful Dead) che poi spianano la strada a pippotti sulla bellezza, sull’essere in pace, sulla vita, sulla morte, sui marciapiedi, sui sacchetti che fluttuano in aria, sul “mia moglie mi mette le corna ma che me ne fotte tanto poi le faccio vedere io”, sul “quand’ero giovane io non facevi musica decente se non ti facevi almeno uno spinello al giorno”, sul “ci manca solo Edward Mani Di Forbice e abbiamo fatto trentuno” e sul prevedibile “nulla è come sembra perché Lynch ha detto così prima che rincarasse la dose o cambiasse idea” che porta inevitabilmente a colpi di scena che mi mandavano SMS già prima dei titoli di testa. Sulle seghe invece no.

Ragazzi, non so voi, ma adesso mi è venuta voglia di farmene una. Di mangiata, che avete capito? Scendo a farmi un kebab qua all’angolo. Però poi il sacchetto di plastica lo getto per strada, non si sa mai. Nel caso, do la colpa a Burzum, tanto…
Vabbe’, vi mando la sigla, zozzoni:

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