Recensione con prece: L’esorcista (1973, versione integrale) di William Friedkin

15 luglio 2013 § 1 Commento

"Ma figùrati se gli alieni mi attirano nella loro astrona... Oh, cazzo!"

“Ma figùrati se gli alieni mi attirano nella loro astrona… Oh, cazzo!”

Nell’anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario dalla sua uscita, scriverò qui qualcosa, senza dilungarmi su leggende metropolitane, incidenti e quant’altro, su uno dei film più terrificanti di tutti i tempi, un punto di riferimento per gli horror a venire che ha sconvolto e sconvolge ancora oggi gli spettat- CRISTO, CHE PALLE. Ma veramente! Certo, l’unica cosa sicura è che ha diviso la critica. Se ne sto parlando, da che parte sto?

Vogliamo partire dall’esperienza personale? Va bene: lo vidi in VHS quando andavo alle superiori, attratto dall’hype (quando sei alle superiori ci caschi, non dire di no) anni prima che uscisse la versione integrale. Qualche anno prima, ne avevo visto l’inizio a casa di un amico e non mi disse granché; riuscii a vederlo tutto a casa mia e mi disse ancora meno, anzi mi annoiò come pochi. Indipendentemente dalla durata e dal valore che può avere una pellicola, fu, al pari di Electroma dei Daft Punk e Gerry di Gus Van Sant, uno dei film più lunghi della mia vita, un polpettone indigeribile in cui gli ingredienti bisticciano tra loro, annullandosi a vicenda o in solitudine: è un thriller psicologico, ma anche no; un horror, ma anche no; un film realista, ma anche no; alla fine neanche tu sai quel che hai guardato e non sempre è bello. Dite quel che volete, ma non esagero quando ritengo Sátántangó di Béla Tarr un film molto più snello e scattante rispetto ai tre finora citati e anche a tantissimi altri, tuttavia non voglio divagare e magari ne parlerò un’altra volta.
Nel 2000, viene diffusa “the version you’ve never seen”, quella che noi chiamiamo “versione integrale”, dura più di due ore e dà un nuovo significato e nuove dimensioni alla noia che provai da adolescente: questa versione contiene scene che nulla aggiungono e nulla tolgono all’ora e mezza della prima edizione, anzi rallentano un ritmo già assente e appesantiscono il pasticcio che già andava oltre i limiti del pallosissimo, nonostante qualche inquadratura che sembra, a mio parere, rubata a Bergman sotto l’influsso della presenza di Max von Sydow (“Ma quale Bergman, cazzo, io so’ William Friedkin, e non vado a fare il ricchione appresso al cinema europeo. La taglio, questa scena!”). Pur volendo contestualizzare, non riesco a credere che abbia terrorizzato tanta gente. Il film è truculento e pieno di sangue, vomito e quant’altro? E Romero dove lo mettiamo? Il problema è il linguaggio usato? Cinquant’anni prima si scriveva di ben peggio. Il problema è il tema trattato? I bigotti sono sempre esistiti e sempre esisteranno, molti di questi neanche guardano film del genere, quindi il problema non si pone.

Tutti conosciamo la storia: dovendo reggere il peso del divorzio dei suoi genitori, affrontato in segreto uno studio approfondito, manco fosse Leopardi, di greco, latino e chissà quale altra lingua per far fare una figura di merda al momento giusto agli amici della madre e dopo aver giocherellato con una tavola ouija (che alla fine è sempre stata ed è UN FOTTUTO GIOCATTOLO, FICCATEVELO IN QUELLE TESTE DI CAZZO CHE AVETE!), la dodicenne Regan si rivela la sola cosa salvabile del film ma è talmente stressata, ma talmente stressata, ma talmente stressata che con la sola forza del pensiero defenestra persone, sposta mobili e fa ballare i letti, facendo inoltre rivalutare, con il suo ormai allargato bagaglio lessicale, la professione, il galateo e l’erudizione dello stivatore di porto. Ma non è la persona che sta peggio: la madre attrice chiede invano lumi a colleghi, amici, medici, psicologi, psichiatri, ipnotisti, specialisti di vario genere, Gennaro D’Auria, finché non decide di giocarsi l’ultima carta con un prete che ha da poco perso la mamma, la fede, la gioia di vivere, la voglia di lavorare, ma non una faccia che sembra sempre e solo dire “Ammazza, quanto so’ ggreco!”. Dopo aver ascoltato la bambina pronunciare frasi in latino che posso benissimo dire anch’io, vista e sentita altra roba che già conoscete, il nostro amico greco capisce che da solo non ce la può fare e si fa recapitare dalla Chiesa due metri di prete svedese con un curriculum da paura.
“Vuole sapere cos’è successo finora, così la metto in guardia prima di cominciare l’esorcismo?”
“Ah coso, io so’ alto due metri e ho perso a scacchi con la morte però sto ancora qua. Mi fa un pugnettone a quattro arti, il diavolo!”
Proprio in questo momento, al film manca il coraggio per trasformarsi definitivamente in un buddy movie dove il lungo ci rimane stecchito e il greco risolve la questione come poteva fare al primo contatto con la bambina, anche perché, con quello che stava passando, poteva mettersi solo un cappio al collo.
“Tua madre succhia i cazzi all’Inferno!”
“No, ma infatti… IL POTERE DI CRISTO ecc.”
E finisce tutto a tarallucci, sangue, titoli di coda su archi fighi (l’unica parte buona di una colonna sonora che include l’incipit di Tubular Bells a perdere) e tre seguiti.

Vaffanculo, mi spalla pure parlarne, quindi diamo direttamente la sigla (che non è di Mike Oldfield):

Post Scriptum: La ventitreesima stagione de I Simpson ha fatto cacarissimo e tutti pensavamo che ti stessi facendo di crack. Anche se sono contro il doppiaggio a prescindere, Tonino, grazie lo stesso e mille scuse.

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§ Una risposta a Recensione con prece: L’esorcista (1973, versione integrale) di William Friedkin

  • Luca Di Gennaro scrive:

    Lo vidi anni fa solamente dopo aver sentito Tubular Bells (che mi fu spacciata come “la colonna sonora de “L’Esorcista”). Puoi immaginare la mia delusione nel capire che il tutto era ridotto a circa 6-7 secondi prima dei titoli di coda.

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