Ua’, Giggìg, si’ ‘e fierro: Man Of Steel (2013) di Zack Snyder

3 luglio 2013 § Lascia un commento

Quella sotto si chiama "rotazione terrestre", non è lui che vola.

Quella sotto si chiama “rotazione terrestre”, non è lui che vola.

Premettendo che il mio supereroe preferito, se proprio devo sceglierlo, è Batman, che la quantità di fumetti che leggo tende a zero e che i film di supereroi mi fanno cacarissimo in quanto anche accozzaglia di cacate, vorrei per stavolta mettere da parte i miei pregiudizi verso un preciso genere di film e procedere con ordine nel parlare di questo film, limitandomi appunto al film. Non credo di fare un torto al fumetto perché – inutile stare qui a discuterne – a prescindere dai dettagli che possono condividere, a partire dal titolo, un film e un romanzo (o un fumetto, nel nostro caso) che narrano la stessa storia sono e saranno sempre due opere distinte. Ma, a quanto pare, questo ci è stato chiaro più o meno fino agli anni ’60, quando si leggeva Dostoevskij (perché si leggeva) invogliati magari dalla visione dello sceneggiato televisivo della sera prima; oggi a che serve sciropparsi cinquecento pagine, o peggio mille pagine, o peggio ancora mille pagine con della roba scritta sopra, se il film ci ha già riassunto tutto in meno di due ore? Del resto – faccio un esempio pratico per arrivare al punto – anche Arancia meccanica di Kubrick (tutti l’hanno visto) è meglio del romanzo da cui è tratto (pochi l’hanno letto), pur rimanendo una cacata (pochissimi lo sanno).

Negli anni ’30, Joseph Shuster e Jerome Siegel inventano un supereroe onnipotente e lo chiamano Superman più che altro per prendere per il culo, come se Ralph Waldo Emerson non fosse bastato prima di Nietzsche, quegli italiani che da fascisti, guidati da Gabriele D’Annunzio, hanno fatto prima affidamento su una traduzione sbagliata del termine “Übermensch” e poi una figura di merda, “anche perché poi abbiamo vinto noi americani, puppàte!”. Da qui telefilm, fumetti, cartoni animati e chi più ne ha più ne metta. Il confuso andirivieni temporale del primo periodo di questo paragrafo è solo un piccolo indizio di quanto ci aspetta.
Nel 1978, la Warner Bros. spende un sacco di soldi e di tempo per confezionare un superpolpettone di due ore e mezza che dalla sua (parlo in ambito di mercato) ha un Oscar per i migliori effetti speciali, pessimi anche per l’epoca, e il seguente cast stellare, messo su dopo numerosi(ssimi) rifiuti e altrettante riscritture: interpretato da Marlon Brando (al quale sarà andato l’80% del budget per quei cinque minuti di cazzate appioppate all’inizio), Gene Hackman, Glenn Ford (al quale poi passò la voglia di recitare), Valerie Perrine (che non è Lois Lane), Terence Stamp e Christopher Reeve; musiche di John Williams (!), sceneggiatura di Mario Puzo (!!), Robert Benton (oh, andiamo!) e altri tre fracchioni di cui uno non accreditato; regia di Richard Donner (e vabbe’, oh…). Credo che il padre di Clark Kent muoia come Vito Corleone perché Mario Puzo ha messo mano al soggetto: in fondo anche Il Padrino è roba sua, no? Che ve lo dico a fare, fu un successone ed ebbe tre seguiti, alcuni poco meglio del primo film, ma il quarto ha fatto tanta pena (al pubblico, alla critica, agli addetti al lavoro, al barbone all’angolo) che neanche tentarono di fare “Superman V”, poi Christopher Reeve cadde da cavallo e arrivederci. Ciononostante, nel 2006, affidano a Bryan Singer, fresco fresco uscito dai primi due film della serie X-Men, la regia di Superman Returns, anche questo confezionato a fatica dopo sceneggiature rifiutate (tra cui quella di Kevin Smith) e tentativi falliti. Non mi ci sono avvicinato neanche.
Arriviamo ai giorni nostri: la Warner Bros. vuole un altro film di Superman (ma perché?, mi chiedo) e si mette nelle mani (di chi, altrimenti?) di Christopher Nolan che, fresco fresco uscito dalla trilogia de Il Cavaliere Oscuro, si mette a lavorare sul soggetto con David S. Goyer, del quale c’è poco (o parecchio, dipende dai punti di vista) da fidarsi perché in vita sua si è occupato solo di supereroi. Fateci caso: a Nolan le cose vanno bene solo quando lavora da solo o con suo fratello. Vabbe’. A dirigere il film chiamano Zack Snyder, del quale c’è poco (o parecchio, dipende dai punti di vista) da fidarsi perché in vita sua si è occupato solo di fumetti, tra alticci (Watchmen) e bassissimi (300). E poi non è neanche tutto merito suo, ma questa è un’altra storia. Direte voi: “Almeno non è Michael Bay”. Vabbe’, però insomma…
Nasce così Man Of Steel. Può un film con qualche andirivieni spazio-temporale, flashback, flashforward fino a quasi non capirci una sega (come piace a Nolan), tra citazioni e saccheggi e via dicendo, serbare qualche sorpresa o colpo di scena su un supereroe di cui si sa tutto, che può fare tutto e quasi non prova sfizio nel farlo? Esatto, la risposta è no, quindi non ci resta che leggere il film, scava scava, come un trattato su quanto certe volte può essere importante chiavare. Anche per lo spettatore. Dico sul serio.

Sul pianeta Krypton, che pare La Storia Infinita girato sul Pandora di Avatar tinto di nero, rosso e tecnologia avanzata, nessuno chiava, quindi i bambini nascono come in Matrix e hanno un destino prefissato: chi farà il carpentiere, chi l’ambasciatore, chi il disoccupato e via dicendo. Russell Crowe, che non è Marlon Brando (in tutto e per tutto tranne che nella dizione migliore), fissato com’è con la speranza tanto da avere la S di “speranza” come stemma di famiglia (non so come dicono in italiano, ma vaffanculo lo stesso), non ci sta e chiava con la moglie, facendole poi affrontare il primo parto naturale sul pianeta dopo secoli (e che cazzo!). Finalmente, viene dato alla luce Kal-El, per accentuare il fatto che per gli americani anche i kryptoniani sono extracomunitari. Invece, il generale Zod è uno che, non chiavando nonostante il subcomandante Faora (ma dico io, almeno provaci! Niente, eh?), preferisce l’ingegneria genetica al cicche-ciacche e, di conseguenza, litiga con tutto e tutti pur sapendo che il pianeta, ormai prosciugato delle sue risorse naturali, sta per finire. Tutto questo sempre perché non chiava e presumendo che tutti i personaggi del film, soprattutto i kryptoniani, siano eterosessuali. Ma la macchina della giustizia su Krypton funziona in modo particolare: il golpe non fa per Zod, che viene spedito assieme a suoi scagnozzi nella zona fantasma in piccole navicelle a forma di cazzo (ormai questo non si sa più cosa sia né come usarlo); Krypton finisce, niente più zona fantasma, Zod è libero e sono cazzi della Terra, sulla quale viene mandato Kal-El, nel quale è stato prima installato il DNA di milioni di kryptoniani (Madonna santa!) perché la speranza, l’amore per il figlio, Krypton vive, panettoni raffermi, uff…
Nel Kansas, lo stato americano con la toponomastica più improponibile della Terra se una cittadina si chiama proprio Smallville e la metropoli si chiama Metropolis (poco ci manca ai sobborghi tanto decantati dagli Arcade Fire in The Suburbs), cade la navicella contenente Kal-El, che viene accolto in casa da Kevin Costner e da una che, a Superman adulto, sembra dire con lo sguardo: “Il fatto è che ho sposato Kevin Costner e che mi chiami mamma davanti a tutti, altrimenti sai cosa ti avrei combinato?”. Perché evidentemente la Terra non è Krypton.
Quando Kevin Costner dice a Clark (lo chiamano così in mancanza di documenti sulla navicella) che è un alieno ed è stato adottato, il bambino sembra prendere bene la notizia, anche perché aver salvato i passeggeri di uno scuolabus caduto in un fiume, i supersensi e i ferri piegati *dovevano* per forza dargli degli indizi. E poi Kevin Costner, non chiavando con la moglie, doveva pur dare una parvenza di averlo fatto almeno una volta, no? Finché non muore, anche i sassi conoscono questa storia. Nel ’78 bastò un coccolone, qui è stato necessario UN TORNADO, nel quale poco mancava che Kevin si tuffasse, per dare una lezione importante al figlio: “Sì, lo so che puoi salvarmi, ma se mostri i poteri che hai alla gente, scoprirà che sei un extracomunitario e comincerà a romperti i coglioni neanche te ne intendessi di computer. Quindi fatti i cazzi tuoi e zitto. E non tirarmi fuori il pippotto sull’altruismo a tutti i costi.”
Vi ricordate di tutta questa roba nelle versioni precedenti di Superman? Era proprio necessario esserne a conoscenza? È utile per gli sviluppi futuri? Stiamo a vedere…
Il film continua con nulla che non si sappia già. Clark (Henry Cavill, per raggiungere Christopher Reeve deve cadere da cavallo) scopre di essere kryptoniano, di poter volare, il parroco gli dice: “Sai com’è fatta la gente, ci vuole l’atto di fede…”. Solo che in inglese dice: “Prima il ‘leap of faith’ [letteralmente ‘balzo della fede’] e poi la ‘trust’, la fiducia”. E Clark: “Senta, padre, non mi parli di balzi, ché ho certi cacamenti di cazzo che non immagina…”; Lois Lane (Amy Adams, GRAUUURRRR!) che si interessa per vie traverse a questo supertizio (perché in fondo se lo chiaverebbe, e quando mai) e cerca da brava giornalista di saperne di più in giro per Smallville:

Io ho vishto tutto, shtavo concimando i campi di grano quando a un certo punto ho sentito una botta fenomenale, BABAMM!, e c'era queshto che volava di qua e di là come... COME 'NA CATAPULTA!"

Io ho vishto tutto, shtavo concimando i campi di grano quando a un certo punto ho sentito una botta fenomenale, BABAMM!, e c’era queshto che volava di qua e di là come… COME ‘NA CATAPULTA!”

Laurence Fishburne, il Morpheus di Matrix, che dirige il giornale, è grande, grosso, nero e si fa chiamare Perry White. Sparatemi!
E poi il nulla più moscio ripreso con il Parkinson alla cinepresa: ci sono i cattivoni, le supercatastrofi programmate che sembrano copiate da Independence Day, Superman che per picchiare i cattivoni distrugge mezza città alla faccia dell’altruismo e si ritrova con Zod a fare a cazzotti nell’altra metà della città, fin dentro un cantiere, nel quale viene sbattuto contro una trave appesa alla quale è la scritta “106 giorni senza incidenti”, cadono l’1 e il 6 dal cartellone e fanno la scena più spiritosa del film. Come se non bastasse, si lanciano addosso delle autocisterne di proprietà della Lexcorp, per rispondere a chiunque si stesse chiedendo dov’è Lex Luthor, prima che Superman annienti il nemico così come poteva fare a metà film senza tante cerimonie e rinvii. Di quel che viene dopo si sa tutto: la soldatina vorrebbe farsi Superman, la collega mora di Lois vorrebbe farsi Superman, ma Clark si fa assumere al Daily Planet e diventa collega di Lois che, occhio azzurro e capello rosso, può chiavarlo a più non posso e non lascia neanche un osso. Come se poi non fosse in lavorazione un seguito. Come no…

E questo era Man Of Steel. Siccome mi ha stancato non poco e vorrei tornare a un film normale, vediamo cosa fa in televisione. Tesoro, ne sai niente?
“C’è quel film con Halle Berry, Catwoman…”
Oh, Cristo! Ho capito, allora andiamo a letto.
“In che senso?”
Proprio quello. A voialtri, buona notte. Sigla:

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