“Giovanni Giorgio! Sono ottimista!”: Random Access Memories (2013) dei Daft Punk

14 maggio 2013 § Lascia un commento

Da sinistra verso destra: i Daft Punk.

Da sinistra verso destra: i Daft Punk.

L’ultimo album dei Daft Punk è da applausi. A qualcun altro.

Molti recensori sono stati anche troppo gentili verso un album che a cavallo fra anni Settanta e Ottanta sarebbe caduto a ragione nel dimenticatoio. Incapaci di padroneggiare sulla musica in senso tecnico, non potendo suonare altro strumento musicale che la console e i campionatori, i Daft Punk hanno chiamato a raccolta una pletora di ospiti illustri e sprecati, da Nile Rodgers degli Chic a DJ Falcon, una specie mezza fatta di David Guetta dei ricchissimi il quale, dopo aver prodotto dieci anni fa solo un EP e due pezzi (neanche tanto male) a nome Together con Bangalter, ha avuto solo il contentino del brano finale, passando per Giorgio Moroder che compare nell’imbarazzante e tonitruante viaggio nella disco di Giorgio By Moroder, con un’orchestrona d’archi e un finale che nelle mani degli Swedish House Mafia sarebbe suonato meno patetico e commerciale, cedendo così il titolo di brano più ambizioso del lotto a Touch, che con Paul Williams (il cattivo de Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma) dovrebbe ripercorrere i fasti delle opere rock di Andrew Lloyd Webber con un inizio krauto-psichedelico simil-Raymond Scott, fiati festosi e piano honkytonk. Con una cura maniacale dei dettagli e un lavoro certosino sui suoni (vabbe’), troppo “puliti” per essere presi sul serio come un revival della musica da ballo Seventies-Eighties (quindi tutto buttato alle ortiche), i nostri si sono imbarcati in qualcosa più grande di loro pur essendo migliori produttori che compositori (vedi la colonna sonora di TRON: Legacy e quel ciofecone di Human After All, i brani del quale migliorano solo grazie alla loro presenza in Alive 2007. Chi sa cosa penso dei dischi live, sa anche che ho detto tutto), quando non si tratta di scomporre e ricomporre vecchi pezzi disco a modo loro (ovvio riferimento al microsampling di Discovery, ma non pretendevo tanto: laddove Discovery era anche revisionismo e critica, a partire da Human After All è autocelebrazione sfiorante l’onanismo). Il saccheggio di progressioni di accordi, melodie, atmosfere da loro brani di maggior successo (lascio voi individuare le similitudini con Something About Us e Veridis Quo) è cospicuo, stucchevole e li pone allo stesso livello del più dozzinale gruppo j-pop sorretto nei concerti da ologrammi; Within, in collaborazione con Chilly Gonzales, è un esempio di quanto le vocine robotiche, adottate su basi musicali più (passatemi il termine) “umane”, “suonate”, abbiano rotto i coglioni: cantano testi imbarazzanti (neanche dagli album precedenti mi aspettavo Montale, però cazzo…) e, quando emettono note alte, sembrano Jennifer Lopez al rallentatore e rendono goffa (l’imbarazzante The Game Of Love), inconcludente (Instant Crush con il cantante degli Strokes. FILTRATO ANCHE LUI, CRISTO!) e tirata a vuoto per le lunghe quest’inversione di ruoli tra uomo e macchina, come prolisso era del resto anche Human After All (che sto seriamente cominciando a rivalutare, pensa te come siamo messi male!), e Get Lucky ne è l’esempio lampante, con inizio che più “umano” non si può prima dell’arrivo dei robot e della distorsione. Signore e signori, ecco a voi i Daft Grunge!
E se i primi otto brani avevano qualche speranza di catturare l’attenzione e nemmeno quello, vi lascio immaginare che agonia può essere il resto, un coacervo di riempitivi che forma un pendolo schopenhaueriano oscillante tra noia assassina e piatto anonimato.

Per me è da 4,5. Sigla:

Una considerazione a posteriori per quanto riguarda i già citati Together, ovvero Thomas Bangalter e DJ Falcon: credo che vadano rivalutati.
Il loro curriculum include solo due singoli, che considero in qualche modo come una sola entità, uno spartiacque nella storia della house come potrebbero esserlo anche nella carriera dei Daft Punk tra Homework e Discovery. Il modus operandi è il medesimo, degno di uno Steve Reich senza phasing o di un William Basinski con i nastri appena comprati (quasi certamente non intenzionalmente, ma tant’è): campioni e ritmi saccheggiati qua e là e combinati in maniera sempre diversa, sommando e sottraendo, con microvariazioni pur sempre percettibili sullo stesso tema, il tutto ripetuto in loop per una decina di minuti fino alla nausea e all’allucinazione.
Il primo singolo è Together del 2000, presentato anche dai Daft Punk durante il tour Alive 2007, quello del piramidone, per intenderci. Questo singolo, come quello seguente, trasuda nostalgia per gli anni ’90 da ogni poro, con il giro di basso della sigla di Beverly Hills, 90210 e sample saccheggiati da Slave, Sweet Sensation e (nell’intro) dal film Pleasantville.
Sono riuscito solo pochi giorni fa, pagando una miseria, ad accaparrarmi su CD il secondo singolo, senz’altro il più giustamente celebrato dei due: So Much Love To Give, del 2002. Contiene lo stesso campione dei Real Thing che i Freeloaders usarono nel 2005 in maniera stucchevolmente quasi simile per un altro singolo chiamato So Much Love To Give, prima che un altro ricchione a nome Fedde Le Grand lo usasse ancora peggio nel suo singolo So Much Love del 2011. Qualcuno dovrà pagare per questo.
Misero in loop anche un campione di Valerie di Steve Winwood, ma non ne uscì un singolo. Ne approfittò Eric Prydz e fece Call On Me, quella del video con le bonazze in palestra, per intenderci. Pare che ai Together vada bene così.
Dovevano fare un album, ma non se ne fece niente. Mai come in altri casi mi sono chiesto cosa ne sarebbe uscito.
A questo punto mi chiedo anche chi possa essere il rincoglionito fra i due Daft Punk: Thomas, rintronato dai loop, o Guy-Manuel, al quale sembra andare bene tutto comunque vada?
A proposito, avete visto quella foto girata per un po’ su internet, con i Daft Punk senza casco? A parte il fatto che senza il casco sono stati visti un miliardo di volte, ma lo scalpore dov’è? E come cavolo sono invecchiati? Sembrano Jack Black e Sor Pampurio…
Vabbe’, ho scritto abbastanza. Sigla:

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